PHILOSOPHOS 73 WEB BLOG

Blog filosofico

Posts contrassegnato dai tag ‘Platone’

IL “PROTAGORA” DI PLATONE

Pubblicato da Alfredo su 3 Dicembre 2007

Il link che segue è una presentazione in powerpoint del “Protagora”, un dialogo di Platone molto polemico nei confronti del modello educativo proposto dai sofisti. Questo lavoro risale a questi giorni.

platone-protagora.ppt

protagora-platone.jpg

Il dialogo giovanile anti – sofistico di Platone, a cura di Adorno

 

Pubblicato su filosofia | Contrassegnato da tag: , | Lascia un commento »

IL “PARMENIDE” DI PLATONE

Pubblicato da Alfredo su 28 Novembre 2007

Secondo alcuni studiosi nella fase della vecchiaia è come se Platone effettuasse un’autocritica della dottrina delle idee: essa, infatti, risolve alcuni problemi per crearne altri; non si è totalmente certi che sia realmente un’autocritica e c’è chi sostiene semplicemente che Platone si faccia portatore di discussioni che si tenevano nell’Accademia, un luogo aperto dal punto di vista intellettuale: forse vi fu chi non approvò la teoria delle idee e la contestò. Vi sono anche indizi che ci inducono a pensare che sia così: il “Parmenide” rientra in questi dialoghi e vede al centro la figura di Parmenide perchè si affronta il problema del rapporto tra l’uno ed i molti, molto caro al filosofo Parmenide, e quello del rapporto idee – superidea del Bene; i temi centrali sono quelli dei tempi di Parmenide (il dialogo è ambientato in quel periodo): è come se Platone riprendesse ciò che era stato lasciato in sospeso anni addietro.
Protagonisti del dialogo sono Socrate, Parmenide e Zenone di Elea, discepolo di Parmenide; questo dialogo può per diversi aspetti essere accostato al “Sofista”, dove il protagonista è “lo straniero di Elea”. Il vero tema centrale del “Parmenide” è quello riguardante le idee e le cose, a cui Platone aveva finora solo accennato senza mai sbilanciarsi troppo: che cosa intendesse per “partecipazione” (metexis), per esempio, non l’aveva ancora detto: arriva a dire che le idee sono ciò in virtù di cui le cose empiriche possiedono certe caratteristiche. Nel “Parmenide” sono attestate l’una accanto all’altra e con pari legittimità una versione concreta e materiale e una versione astratta e metaforica della partecipazione: nella sua versione concreta, la partecipazione delle cose empiriche ad un’idea implica che l’idea sia effettivamente presente nelle cose partecipanti: ad esempio , tutte le cose empiriche molteplici si rivelano molteplici in quanto l’idea della molteplicità è presente in esse. Nella sua versione astratta e metaforica, invece , la partecipazione consiste nella somiglianza delle cose empiriche ad un’idea. Platone affronta questo problema partendo proprio dall’uno ed i molti. Tuttavia, se Platone si distacca dal maestro Socrate, egli è e gli resta fedele; è e resta fedele cioè all’ideale, che questi incarna, della filosofia come continua ricerca. Pure nel “Sofista” c’è il problema uno – molti, ma non è riferito al rapporto tra idee e cose, bensì tra le idee: è una questione tutta interna alle idee. Va subito rilevato che nel “Parmenide” ed in generale in tutti questi dialoghi della vecchiaia vi è un’attenuazione dell’aspetto dinamico, forse dovuto all’età: la fantasia giovanile tende a venir meno, così come la figura di Socrate tende a sfumare; mentre il “Simposio” è un esempio della letteratura greca, il “Parmenide” non lo è: testimonia la volontà di addentrarsi in discussioni tecniche e di conseguenza lo stile si fa più arido. Anche la figura di Socrate tende a diventare marginale ed a sparire: ciò significa che i temi di Platone sono davvero estranei e distanti da quelli socratici e non se la sente di metterli in bocca al maestro; è evidente che quando si parla di virtù e di giustizia ci si può riallacciare a Socrate, ma i problemi metafisici e ontologici non rientravano negli interessi del maestro di Platone. Nel “Parmenide” la figura di Socrate è addirittura quella di un ragazzino: volendo introdurre Parmenide per questioni cronologiche, Platone è costretto a mettere in gioco un Socrate giovane ed un Parmenide vecchio (Zenone è un uomo maturo); fatto sta che Platone deve comunque aver forzato leggermente la cronologia per immaginare l’incontro. Parmenide nel dialogo è sempre accompagnato dagli aggettivi “venerando” (sia perchè è anziano sia perchè Platone lo ritiene il fondatore della metafisica) e “terribile” (ragionava in modo così logico e razionale da mettere in crisi). In tutti i dialoghi platonici precedenti Socrate è sempre stato il protagonista indiscusso in cui Platone si identificava; ma nel “Parmenide” in chi dei tre si identifica? Da un certo punto di vista si identifica in Parmenide, da un altro in Socrate; compare come Socrate nella forma giovanile, come Parmenide in quella senile. Il nucleo del dialogo ruota intorno a Socrate che fa delle affermazioni e a Parmenide che le corregge, dicendogli che da grande capirà. Vi è una interpretazione ingenua e giovanile delle idee ed una più senile e completa: Parmenide non è che dica cose opposte, si limita a correggere ed a rendere più complesse e complete le affermazioni di Socrate. E’ Platone anziano che si confronta con Platone giovane, ma può anche essere Platone che si confronta con chi nell’Accademia contestava la dottrina delle idee.
Come detto il “Parmenide” affronta due tematiche: il rapporto aporetico uno – molti, che viene discusso a livello astratto, e il rapporto tra il mondo delle idee e quello degli enti sensibili. Cosa significa in concreto che molte cose partecipano a un’idea sola? Platone avanza diverse ipotesi e le respinge un pò tutte: per esempio ipotizza che il rapporto di partecipazione sia di presenza: un’unica idea sarebbe quindi presente in più cose, ma sarebbe molteplice e non più unità del molteplice: infatti ce ne sarebbero tantissime. Vi è poi la famosa argomentazione del “terzo uomo”, nella quale si evidenzia la difficoltà nel rapporto idee – cose: Parmenide, dopo che Socrate ha esposto la dottrina delle idee, afferma che l’idea è quindi ciò che unifica molte cose, che il ragionamento è che tante cose insieme presentano una cosa in comune: gli uomini hanno una cosa in comune: l’idea di uomo.Ma l’idea di uomo, che rappresenta l’unità, dovrà per forza avere qualcosa in comune con gli uomini: gli uomini sensibili si assomigliano perchè imitano l’idea di uomo; ma un rapporto di somiglianza non c’è solo tra gli uomini sensibili, bensì anche con l’idea di uomo: se ci sono gli uomini e l’idea di uomo e sono tra loro simili, ci deve per forza essere qualcosa di comune all’idea di uomo e agli uomini che li rende simili, che li accomuna: ci deve essere un terzo uomo; questa argomentazione può andare avanti all’infinito perchè ci dovrà sempre essere qualcosa in comune. Vi è chiaramente una contraddizione nella dottrina delle idee, che era servita per semplificare la realtà ma che la complica ammettendo la molteplicità: gli enti invece di ridursi si moltiplicano all’infinito. Vi è poi una terza argomentazione: Parmenide chiede a Socrate di che cosa ammette che ci siano le idee e lui risponde citando le cose astratte quali la giustizia, la bellezza, gli enti matematici…Dice di non essere certo che esistano idee degli oggetti sensibili veri e propri: l’idea di albero, di cavallo, di cane…Platone era ricorso a queste idee: per spiegare l’attività di un artigiano aveva perfino ammesso che le idee potessero essere create dall’uomo: Platone si era occupato del problema delle tecniche e aveva ammesso che ci fossero delle tecniche di produzione e delle tecniche di uso; chi costruisce le briglie per i cavalli mette in atto la tecnica di produzione, il cavaliere che cavalca quella di uso. Il cavaliere deve sapere come le briglie devono essere usate, come funzionano, come devono essere: dà le indicazioni all’artigiano che le fa come vuole il cavaliere. Chi applica la tecnica di uso crea un’idea che l’artigiano deve imitare: egli guarda ad un’idea creata da chi mette in pratica la tecnica d’uso. Platone sembra ipotizzare la produzione delle idee: l’idea di tavolo, per esempio, è una sorta di idea che gli uomini si fanno. Chiaramente in una ipotetica scala gerarchica chi usa è più in alto di chi produce. Socrate dice che certamente non esistono le idee delle cose spregevoli ed insignificanti: ad esempio, il fango ed il capello non possono avere un corrispettivo nel mondo delle idee. Ma Parmenide gli dice di pensarci bene e forse un giorno capirà. Socrate stava evidentemente pensando alla valenza assiologica: l’idea è il punto cui le cose sensibili devono mirare, è il meglio verso cui tendere. Come si può tendere all’idea di fango? Però Parmenide, ontologo di razza, dice che se l’idea deve essere l’essenza di ogni cosa, anche il fango dovrà avere una sua idea. Parmenide fa qui notare che nel concetto di idea la valenza ontologica contrasta con quella assiologica, cosa che peraltro Platone sapeva benissimo: proprio per questo possiamo leggere il dibattito Parmenide – Socrate come uno scontro tra il Platone ontologico e quello assiologico. In effetti se pensiamo al piano assiologico pare impossibile che esistano idee di cose spregevoli: se però consideriamo quello ontologico, così come un cavallo esiste nella misura in cui partecipa all’idea di cavallo, anche il fango o la sporcizia esistono nella misura in cui imitano l’idea di fango e di sporcizia. Parmenide poi mette definitivamente a tacere Socrate con un’ultima obiezione: comunque venga concepita, l’ipotesi della partecipazione pare in contrasto con l’assunto della separazione delle idee; in effetti se le idee rimangono davvero separate dal mondo sensibile, esse saranno sì in relazione tra loro, ma non con il mondo sensibile degli uomini, come d’altronde anche le cose empiriche si porranno le une in rapporto alle altre senza alcun genere di contatto con le idee. Pertanto se vi è questa separazione nettissima che Platone aveva sempre predicato tra mondo sensibile e mondo intelligibile, nessuna partecipazione tra idee e mondo sensibile sarà ammessa e così neppure nessuna conoscenza delle idee per noi uomini sarà possibile. Questa difficoltà è indicata da Parmenide come “la più grande di tutte”: le idee devono per forza rimanere in sè e per sè, radicalmente separate dal mondo sensibile, perchè la separazione ne preserva l’assoluta superiorità ontologica, stabilendo un’incolmabile discontinuità rispetto alle cose empiriche. Va notato che Platone, in ogni suo dialogo, prende spunto un pò da tutti gli altri filosofi e Parmenide non fa eccezione: l’idea platonica è unità e stabilità proprio come l’essere parmenideo. L’istanza etica di Socrate vuole idee solo positive e guarda all’assiologia, mentre Parmenide è interessato all’essere, al piano ontologico: d’altronde è risaputo che Socrate fosse un antropologo, una persona che si interessava ai valori. Platone si rende conto che è Parmenide ad avere ragione e non Socrate. Nel dialogo, Parmenide discute sul rapporto tra l’uno ed i molti: è una discussione a tal punto tecnica e complessa che si è arrivati a pensare che si tratti di una parodia, una presa in giro da parte di Platone di alcune scuole.
Nel “Parmenide” comincia a trasparire una nuova accezione della parola “dialettica”, tipica di Socrate e di Platone: originariamente designava il dialogo socratico, poi è passata a designare la tecnica argomentativa di Platone ed è anche divenuta sinonimo di “filosofia”; nel “Parmenide” il significato si sposta da un certo modo di affrontare la conoscenza al rapporto tra le idee: non esiste solo un dialogo – scontro tra gli uomini (quello che dava vita alla fiamma) che aumenta la conoscenza, ma anche tra le idee: lo “scontro” si sposta dal soggetto della conoscenza all’oggetto. Il concetto dell’uno e quello dei molti si richiamano a vicenda: non si può conoscere pienamente il concetto di uno se non si conosce il concetto di molti e viceversa. Un modo per sintetizzare la filosofia di Parmenide può essere l’affermazione “l’uno è”, la negazione della molteplicità; Platone dice che quando si predica il concetto di uno lo si moltiplica: se non si predicasse affatto sarebbe davvero uno, ma se ne parlo non è già più uno, è già due: gli si aggiunge il concetto di essere. “L’uno è l’essere”: affermo il molteplice perchè lo predico: nego e affermo nello stesso tempo. Le idee non sono una accanto all’altra, ma se le accosto dialogano e si scontrano. Questo è il nuovo significato di dialettica, che non designa più solo un metodo di indagine: diventa anche la struttura della realtà. Di conseguenza la dialettica è lo strumento migliore di ricerca della realtà perchè essa stessa è la realtà: c’è uno stretto rapporto tra la realtà soggettiva e quella oggettiva. Questo concetto viene trattato nel “Sofista” ancora di più che nel “Parmenide”. Un altro problema, molto astratto e legato alla possibilità di ragionare, che Platone affronta in età avanzata (e anche in gioventù) ed in diversi dialoghi è quello riguardante il vero e il falso, in parallelo con l’essere ed il non essere: si torna a problematiche parmenidee e viene messa da parte la figura di Socrate. La possibilità di poter distinguere il vero dal falso è legata al poter commettere errori ed il tema viene affrontato nel “Sofista”; già dal titolo dell’opera si può intuire la solita critica platonica dei sofisti, già avanzata in gioventù: qui però è trattata con sfumature più ontologiche. Che cosa c’entrano i sofisti con il vero – falso e l’errore? Si può sbagliare solo quando si può porre una differenza tra vero e falso: Gorgia e Protagora, i due maggiori esponenti della sofistica, erano rispettivamente del parere che tutto fosse falso (Gorgia) e che tutto fosse vero (Protagora): per entrambi non vi è la distinzione tra vero e falso. Per Parmenide dire il falso vuol dire ammettere il non essere, dire le cose come non sono (il che è impossibile); per Parmenide si dice e si pensa solo ciò che è, ciò che esiste. Questo spiega come un dialogo tutto incentrato sulla filosofia eleatica si leghi alla sofistica: le tesi eleatiche e quelle sofistiche mirano ad affermare che l’errore sia impossibile, che non ci sia la distinzione tra vero e falso. Sono posizioni differenti che portano alle stesse conclusioni, sebbene in modi diversi. Il “Cratilo” ed il “Teeteto” sono dialoghi dove si cerca di contestare la possibilità di non errare. Il “Cratilo” prende il nome da un seguace di Eraclito, che però aveva radicalizzato le posizioni del maestro e si era molto soffermato sul “panta rei” (tutto scorre): a suo avviso è impossibile dare i nomi alle cose perchè cambiano di continuo: noi chiamiamo Pò un fiume ma non è corretto: non esiste qualcosa che si chiami Pò perchè cambia in continuo (è un esempio evidente perchè le acque si rinnovano in continuazione); si fissa artificialmente una cosa che non è fissabile perchè in continua mutazione. Cratilo con il “panta rei” arriva a dimostrazioni sofistiche: è impossibile conoscere qualcosa che cambia sempre. Quindi in teoria, dal momento che non si possono attribuire nomi, bisognerebbe solo indicare le cose. Secondo alcuni studiosi Platone stesso sarebbe stato allievo di Cratilo, il che può sembrare strano se consideriamo la dottrina delle idee, in cui viene ammesso un essere fisso, stabile e permanente. Pensandoci bene, però, non è poi così strano: Platone deve aver constatato che nel mondo sensibile non c’è nulla di stabile ed è ricorso alle idee. Platone nel “Cratilo” effettua un’ampia discussione sulla problematica della lingua. Al tempo dei sofisti vi erano state interessanti considerazioni a riguardo, legate al binomio “nomos” – “physis” (convenzione – natura); questo della lingua è un problema tipicamente antropologico e di materia sofistica. Alcuni sofisti erano del parere che si attribuiscano i nomi in maniera spontanea, secondo natura (“katà physin”), come se la natura stessa ci suggerisse la nomenclatura di cui servirsi nei suoi confronti. Altri la pensavano in modo opposto: gli uomini attribuiscono i nomi in maniera assolutamente artificiale, secondo convenzione (“katà nomon”). Questa diatriba è in corso ancora ai giorni nostri; Platone, dal canto suo, sostenne che attribuiamo i nomi un pò “katà physin” e un pò “katà nomon”. Nella tradizione ebraico – cristiana vi è il mito della torre di Babele; la lingua di Adamo (l’ebraico) sarebbe stata naturale ed i nomi corrispondevano esattamente all’essenza delle cose e proprio con i nomi si poteva cogliere l’essenza delle cose. Nella torre di Babele i linguaggi successivi sarebbero stati convenzionali e non vi era più piena corrispondenza tra i nomi e le cose. Platone è dunque del parere che la soluzione sia intermedia e noi moderni concordiamo con lui: vi è una mescolanza dei fenomeni. Esiste sì una derivazione naturale dei nomi: sono le cose stesse che suggeriscono i nomi da usare, ma le lingue parlate sono molteplici: una componente di arbitrareità ci deve per forza essere. Quindi le cose tendono a suggerire il nome con cui chiamarle ma dopo di che l’uomo ci lavora sopra correggendo il tutto con la ragione: ancora oggi, comunque, ci sono parole onomatopeiche, che suggeriscono l’essenza del soggetto cui sono riferite (“zanzara”,”cornacchia”, “miagolio”, ecc.). Si tratta di una teoria intermedia che mette insieme il lavoro razionale a quello naturale. Ma cosa c’entra tutto questo nell’ambito del “Cratilo” e della discussione sul vero e sul falso? Più di quello che potrebbe sembrare: per Platone entrambe le possibilità per denominare le cose negano la possibilità dell’errore: le parole corrispondono esattamente alle cose; o sono totalmente artificiali o totalmente naturali: si arriva alla stessa conclusione. Se mi attengo alla teoria “katà physin”, un libro mi suggerisce la parola con cui chiamarlo ed è solo quella: non c’è possibilità di errore. Se mi attengo al “katà nomon”, i nomi sono totalmente artificiali e quindi vanno bene tutti: lo posso chiamare libro, ma anche tavolo, scarpa…sarà in ogni caso corretto e anche qui non c’è possibilità di sbagliare: infatti in assenza di un arbitrio generale tutti i nomi risultano corretti. Il far corrispondere al meglio (con un misto di lavoro naturale e artificiale) il nome all’essenza delle cose consente di affermare che l’errore esiste e che la retorica (quella vera) è la filosofia. Platone sposta poi il problema dalle cose alle idee: così come si possono dare nomi alle cose che si conoscono, si possono dare nomi alle idee che si conoscono: c’è una dimensione conoscitiva e vi è uno sforzo di attribuire nomi che esprimano l’essenza di ciò a cui si riferiscono. Il “Teeteto” è un dialogo dedicato alla matematica: il protagonista, Teeteto, è un giovane matematico che in futuro diventerà famoso. Il dialogo è anche dedicato alla conoscenza sensibile e a quella intelligibile, che è quella vera e propria. Quando si parla della conoscenza sensibile viene citato Protagora, che sosteneva che le cose sono come mi sembrano e che l’uomo è misura di ogni cosa: si tratta del relativismo gnoseologico. Platone è interessato a ciò perchè siamo di fronte al rapporto tra vero e falso. Per poter ragionare, come detto, occorre ammettere l’esistenza del vero e del falso. A supportare le tesi di Platone è un suo allievo, Aristotele; egli dice che con i sofisti non si può neppure discutere perchè, dal momento che sostengono che tutto sia vero o che tutto sia falso, nel momento in cui un sofista discute smonta le sue stesse tesi perchè in un certo senso ammette la distinzione tra vero e falso, la possibilità dell’errore: se infatti ci fosse solo il vero o il falso, che motivo ci sarebbe di discutere? C’è anche chi vuole che il “Parmenide” sia in realtà una confutazione da parte di Aristotele delle teorie del maestro Platone: dunque Socrate rappresenterebbe Platone, mentre Parmenide Aristotele. In effetti ci sono numerosi indizi a sostegno di questa tesi: la stessa argomentazione del “terzo uomo” la ritroviamo in testi di Aristotele ed è quindi probabile che sia sua a tutti gli effetti. D’altronde il discepolo di Platone non condivise mai pienamente le teorie del maestro e se rimase nell’Accademia fino a oltre trent’anni fu solo per una forma di rispetto che aveva nei confronti di chi lo aveva iniziato alla filosofia.

 

parmenidesofista-platone.jpg

I due grandi dialoghi dialettici di Platone, in un solo libro

Pubblicato su filosofia | Contrassegnato da tag: , | Lascia un commento »

Il “CRATILO” DI PLATONE

Pubblicato da Alfredo su 27 Novembre 2007

Il link che segue è una presentazione in powerpoint del “Cratilo”, un dialogo di Platone fondamentale per comprendere la genesi della teoria delle idee. Questo lavoro risale al novembre del 2006.

platone-cratilo.ppt

cratilo-platone.jpg

Il libro della Laterza (edizioni economiche)

Pubblicato su filosofia | Contrassegnato da tag: , | Lascia un commento »