RIFLESSIONI IM-POLITICHE
Pubblicato da Alfredo su 5 Maggio, 2008
Sono dunque i simboli che ci fanno paura? Ci dispiace che la gente gridi “Duce Duce”?
Lasciamo da parte i simboli e guardiamo alla sostanza: il governo Berlusconi del 2008 per i salariati sarà migliore del governo Prodi. Sarà meno subalterno agli ordini della Banca Centrale Europea e meno tremante agli imperativi della Confindustria. Qualcuno dice che la destra italiana è pericolosa. Per quel che ne so io il primo Ministro degli Esteri che ha violato l’articolo 11 mandando aerei italiani a bombardare un paese sovrano con l’uranio impoverito, provocando morte e malattia non solo ai bombardati ma anche a centinaia di soldati italiani, si chiama Massimo D’Alema, e nella geografia politica ufficiale starebbe a sinistra. E allora di cosa abbiamo paura? Detassazione straordinari…
Il motivo profondo della paura non è stupido. Non lo vediamo perché operiamo quella che la psicoanalisi chiama “rimozione”. Cerchiamo di non vedere la causa vera della nostra paura, che è il progressivo dispiegarsi di una catastrofe che sta investendo la civiltà terrestre. Cerchiamo di non vedere gli effetti che il capitalismo ha depositato nel cuore e nella mente dell’umanità, nella superficie fisica del pianeta, nella consistenza velenosa dell’aria. Abbiamo paura dell’impotenza della politica, dell’incapacità collettiva di arrestare o anche solo rallentare l’accumularsi della devastazione psico-fisica.
Cerco di tirare delle conclusioni del mio ragionamento: quel che è successo in Italia ha poca importanza. Non accadrà nulla di catastrofico. La catastrofe non viene da quelli che hanno vinto le elezioni, ha cause più profonde e dimensione più ampie. Di questo dobbiamo occuparci, non del folcloristico ritorno delle camicie nere. E per questo non serve a niente recriminare, né rimpiangere governi “di sinistra” che nulla fecero per ostacolare la violenza del capitale. Non serve a molto neppure racimolare quel che resta di un passato non molto glorioso per prepararsi alle prossime scadenze elettorali. Quelli che pensano a come andranno le elezioni del 2013 mi fanno ridere. Non tanto perché nel 2013 potrei non esserci io, ma perché è probabile che non ci sia più il mondo. Per lo meno il mondo come lo abbiamo conosciuto nel corso dell’epoca moderna.
Pensiamo alla prossima generazione. Cresce nel rumore bianco dell’ipermedia, mentre le strutture scolastiche della trasmissione di sapere stanno crollando, non solo perché sono private di risorse, ma soprattutto perché la mente docente non è più in grado di comunicare con la mente discente, per un problema di difformità tecnica, per incompatibilità dei formati. Affettivamente incapace di fare comunità, culturalmente priva di difese critiche, tagliata fuori da ogni memoria storica, la nuova generazione è già oggi preda dell’ipersfruttamento, della precarietà, della violenza autolesionista. Negli ultimi dieci anni il cancro ai polmoni si è moltiplicato per tre volte nella popolazione delle grandi città. Polveri sottili e scorie tossiche come peste invisibile diffondono la malattia nella maggioranza della popolazione. La fame che negli ultimi cinquant’anni recedeva ora ha ripreso ad espandersi perché i Suv possano continuare ad inquinare.
Un tempo dicevamo che la classe operaia combatteva una battaglia per i suoi interessi, ma che dall’esito di questa battaglia dipendeva il futuro di tutta l’umanità. Era vero. La classe operaia ha perso e con quella sconfitta è imploso il futuro di progresso dell’intera umanità. Ricompattare l’esercito disperso del lavoro è un compito al quale non possiamo sottrarci, perché forse ci aspetta nel futuro una nuova stagione di lotta operaia su scala mondiale. Ma il discrimine vero è più radicale: da una parte c’è la libertà umana, dall’altra l’automatismo catastrofico dell’economia capitalista.
E’ possibile affrontare questa problematica con gli strumenti della democrazia rappresentativa, e le mitologie della sinistra storica? Credo di no. Ci sono altri strumenti che permettano di comprendere e di trasformare? Per il momento non mi pare che ci siano. Il primo compito è costruirli, non salvare qualcosa del passato.
Da “Liberazione” by BIFO
Nailor detto
E’ proprio per quella politica che il capitalismo ha fatto danni. Però non mi sembra che con il capitalismo di stato dell’URSS si sia andati molto meglio…
Il comunismo è dittatura, appiattimento verso il basso della società, miseria, tirannia. E stessa cosa è il socialismo.
E’ inutile cercare di nasconderlo, quei danni che ha fatto il capitalismo sono dovuti all’intervento statale e agli inciuci dei capitalisti con i politici, non al capitalismo.
Non bisogna allora gioire quando si sente che i comunisti e i socialisti sono spariti dal parlamento?
Alfredo detto
Scusa se mi permetto, ma posso sapere che lavoro fai?
))
Così potrei capire perchè gioisci del fatto che sinistra sia sparita…
Parli poi di capitalismo di stato dell’URSS, come se fosse la versione
reale del comunismo di Marx…
Confondi infine socialismo e comunismo…, insomma, non c’è che dire,
una persona che sa il fatto suo…
Nailor detto
Sono uno studente, quando non studio lavoro come ceramista, aiuto mio padre nei campi e il sabato e la domenica faccio il pizzaiolo.
Ciò che mi sfugge nel tuo discorso è il perchè confonderei socialismo con comunismo.
Nel vostro modo di percepire la realtà, l’imprenditore è un parassita della produzione collettiva, il cui lavoro è gestire il lavoro dei suoi dipendenti.
Lui non produce, gestisce la produzione di altri. E se gli altri imparano a gestire la loro stessa produzione, lui a cosa serve se non a detenere i mezzi di produzione e dunque a continuare a pesare alla produzione?
Ecco la necessità di eliminare per ultimo anche la proprietà privata (dei mezzi di produzione); tolto quella, hai tolto l’ultima briciola che tiene in vita questa figura di gestore del lavoro produttivo altrui.
Altro non è che il fatidico passaggio da capitalismo a socialismo a comunismo:
sistema in cui i lavoratori non controllano nulla ma soltanto producono -> sistema in cui i lavoratori imparano a controllare la loro produzione -> sistema in cui i lavoratori sanno già controllarsi e possono basarsi totalmente su mezzi di produzione collettivi.
Ecco perchè parlo dell’URSS come se fosse la versione reale del comunismo di Marx, perchè ha rivelato esattamente ciò che è e sempre sarà il comunismo: una dittatura che per continuare ad esistere deve sopprimere ogni libertà dell’individuo.
Ma ci sono fior di sporchi teorici capitalisti, come per esempio Von Mises e Von Hayek, che hanno spiegato e documentato prima e meglio di me il fallimento teorico e pratico di ciò che tu sostieni.
Ma magari non so il fatto mio, in tal caso mi scuso.
Alfredo detto
La questione credo sia semplice: se ti piace il mondo in cui viviamo, dove ci sono guerre, fame, distruzioni ambientali, ecc., allora fai bene a difendere il capitalismo. Se invece vuoi provare (dico provare, non aver la sicurezza di riuscire), allora puoi essere comunista, ovvero puoi provare a pensare un mondo in cui ognuno ha quel che merita secondo le sue capacità, e ad ognuno è assicurata una dignità umana. Il capitalismo si fonda sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, il che provoca il furto del plus – valore: voglio dire, tu lavori mettiamo 8 ore da pizzaiolo il sabato e la domenica: queste tue otto ore di lavoro producono merci (in questo caso pizze) che il tuo padrone vende. Il suo ricavato è molto maggiore del tempo che hai impiegato a produrre le pizze. Questi soldi che lui intasca sono un furto ai tuoi danni, perchè se sociale è la produzione delle merci (nel nostro caso delle pizze), sociale deve essere anche la distribuzione dei profitti.
Riguardo al socialismo e al comunismo, riferendoci a Marx (e non all’URSS che tu definisti molto bene capitalismo di stato), possiamo dire che il socialismo è la fase immediatamente post – rivoluzionaria, quella cioè in cui si esercita la dittatura del proletariato per impedire la contro – rivoluzione. Il comunismo invece è il fine, l’approdo finale per il quale lo Stato si estingue perchè non ci sono più le classi sociali.
Infine, riguardo a Von Mises e Von Hayek, che andavano per la maggiore tra anni Settanta e Ottanta, siamo tutti vedeno credo gli effetti disastrosi della loro teoria economica ultraliberista: inflazione, perdita del potere d’acquisto dei salari, distruzioni ambientali…
Secondo me l’unica speranza per l’umanità è una società completamente nuova, fondata su una logica diversa che non sia quella dittatura del mercato e del profitto che ci porterà prima o poi all’autoestinzione.
Nailor detto
Veramente, il risultato delle teorie liberali non lo vedo proprio, dato che -caso mai- è colpa dell’eccessivo interventismo statale in campo economico.
Guerre? Distruzioni ambientali? Fame? Non prendiamoci in giro per cortesia.
Le guerre sono sempre causate da motivi economici, sociali. Dominio e ricchezza. Imposizione di un ordine. Le guerre, le guerre civili, le faide etc. sono tecnicamente il mercato della violenza che è inevitabile come tutti i mercati. Cioè puoi anche imporre un monopolio della violenza globale, ma verrà sempre qualcuno con un sasso in mano che non è d’accordo.
Hanno forse i sovietici messo fine alle guerre? potrebbe una società comunista metter fine alle guerre? Potrebbe una società anarchica farlo?
Io credo di no, perché noi uomini siamo comunque animali e nel nostro intimo siamo malvagi e vogliamo dominare sul prossimo. Se c’è anche uno solo che vuole dominare, automaticamente qualsiasi sforzo per mantenere il cartello della non-violenza risulta vano. Per questo esistono gli stati: sono piccoli monopoli territoriali della violenza, e devono essere imposti attraverso atti violenti. La rivoluzione socialista è un atto violento, l’unità d’Italia lo è stato, la formazione di Israele lo è stato. Quando si parla di guerre non si può accusare nessuno, perché qualsiasi ideale, qualsiasi politica, qualsiasi religione, qualsiasi persona ne è allo stesso modo responsabile.
Tutte le obiezioni che tu hai fatto, a partire dalla guerra, sono conseguenze dell’eccessivo interventismo economico statale.
Per il resto, il commento diventa troppo lungo. Ciò che voglio farti notare invece è come tu ti rifaccia al presupposto ottocentesco che per la produzione delle merci siano necessari dei proletari che sono, oso ripetere, quelli che non hanno altro da offrire come contributo alla società che il loro lavoro e la loro prole. Questa definizione risale all’antica Roma, è stata ripresa da David Ricardo e Adam Smith e accettata da Marx stesso, quindi suppongo che la possiamo usare anche noi.
Quindi, innanzitutto ti dimostro che per la produzione di merci non è necessario il proletariato, semplicemente dicendo che il lavoro di un proletario lo può fare anche un non proletario, e mi sembra incontrovertibile.
Il fatto che nell’ottocento il tuo presupposto fosse vero era dato dal fatto che i proletari erano molti, e l’accesso allo studio e al mercato era molto più difficile di adesso.
Nell’ottocento non esisteva però l’automazione, che può compensare l’industria del bisogno di forza lavoro non specializzata, e nell’ingegneria gestionale Taylor predicava la divisione funzionale del lavoro, secondo cui ogni persona doveva fare sempre la stessa piccola cosa. Sono le idee di Taylor e Ford ad aver creato la figura dell’operaio come ce l’abbiamo in mente noi, e quindi ad aver causato le rivoluzioni socialiste.
Adesso però l’ingegneria gestionale è coesa nel condannare le idee tayloriste.
Ma siamo su due posizioni diverse:per me la proprietà privata è un punto fondamentale nelle libertà dell’uomo, per te è solamente un furto.