PHILOSOPHOS 73 WEB BLOG

Blog filosofico, politico e scacchistico

PARTITO DEMOCRATICO: CRISI DI UN PROGETTO POLITICO

Pubblicato da Alfredo su 28 Marzo, 2009

In seguito ai disastrosi risultati elettorali dell’Abruzzo prima e della Sardegna poi, la crisi violenta in cui è venuto a trovarsi il Partito Democratico è oggi sotto gli occhi di tutti. Una crisi, naturalmente, che non può essere ritenuta “elettorale”, né “morale”, ma che deve trovare una diversa chiave di lettura.
La nascita del Pd costituisce un progetto cosciente sponsorizzato dalla grande borghesia finanziaria ed industriale italiana. Questa, dopo il crollo per via giudiziaria della “Prima Repubblica”, si trovò a perseguire i propri interessi di classe in un quadro segnato da grande instabilità politica che limitava l’azione dei vari governi chiamati a succedersi. Un tale scenario non poteva, dunque, essere favorevole per l’adozione delle “riforme” (liberalizzazioni, privatizzazioni, cancellazione dello stato sociale, flessibilità dei lavoratori, depotenziamento della contrattazione collettiva) cui il capitale aspirava. Già attraverso le riforme elettorali, con la progressiva cancellazione dei tratti di proporzionalismo presenti nel nostro sistema e l’affermazione del maggioritario, la borghesia spingeva l’Italia verso il bipolarismo. Tuttavia, l’obiettivo della stabilità e della governabilità era ancora lungi dall’essere conseguito, poiché le competizioni elettorali erano l’occasione per il coagularsi nei due campi di forze anche abbastanza eterogenee tra loro, che mantenevano nelle coalizioni un alto tasso di litigiosità. La compiuta evoluzione in senso liberale dei Ds ha favorito il progetto borghese di semplificazione del quadro politico; e la nascita del Pd, con l’aggregazione degli eredi dei vecchi Pci e Dc, ne rappresenta lo sbocco “naturale”: due partiti eredi delle tradizioni socialdemocratica e popolare italiana potevano e dovevano confluire in un unico contenitore espressione del liberalismo democratico con solidi legami (vale a dire, solido controllo) con le grandi organizzazioni sindacali del Paese. Il parto che ha condotto alla nascita del Pd è stato travagliato e tutt’altro che lineare: non era facile riunire i due partiti senza sbilanciarne la risultante in una direzione o nell’altra. Alla fine, l’individuazione di Walter Veltroni alla segreteria sembrò la più appropriata, trattandosi di un leader che, pur provenendo dal Pci, ha sempre proclamato la propria distanza dall’idea comunista. Un bagno di folla per l’investitura da segretario e – oplà! – il gioco era fatto. Veltroni, dal canto suo, fedele sia alla propria personale impostazione politica, sia al compito che gli era stato affidato, ha dapprima iniziato – con il governo Prodi ancora in carica – il dialogo con Berlusconi sulla legge elettorale. Poi, ha iniziato a costruire la sua “creatura” in senso interclassista, caratterizzandola progressivamente come il partito del superamento del conflitto fra capitale e lavoro, tendenzialmente capace di rappresentarli entrambi; e, caduto il governo Prodi, con una propensione “autosufficiente” rispetto alla sinistra radicale. Era, insomma, il partito del “fare”, del “buongoverno” a partire dai territori, e dei “buoni sentimenti”: sullo sfondo di tale progetto, c’era anche il tentativo di sfondare al centro erodendo i consensi moderati a Berlusconi. 
La costruzione del Pd, tuttavia, avveniva nel momento peggiore: sullo sfondo cioè dalla sempre più incalzante crisi economica che flagellava soprattutto quelle fasce di proletariato e di piccola e piccolissima borghesia che avevano visto nella nascita del governo Prodi, con le sue fallaci promesse di redistribuzione, un’occasione di riscatto sociale e che, prima di essere colpite dall’onda recessiva, erano state pesantemente attaccate dai provvedimenti governativi tutti tesi a spostare ingenti risorse verso le imprese e la grande borghesia ; in un quadro di profondo malessere sociale sempre più dominato dall’insicurezza ed in cui cominciavano ad affiorare preoccupanti sintomi di qualunquismo, giustizialismo, xenofobia e razzismo; e, per finire, sulle macerie del governo Prodi, che frattanto cadeva per una manovra di palazzo, aprendo la strada ad un Berlusconi oggi forte di un’inattaccabile maggioranza parlamentare che gli sta consentendo di portare a compimento un ridisegno complessivo della società italiana sul più generale versante dei diritti e delle libertà democratiche. Fedele alla sua idea di partito, Veltroni ha continuato per la propria strada, modellandolo su un basso profilo, limitandosi ad esercitare un moderato “diritto di tribuna” nelle aule parlamentari e cercando in ogni momento l’occasione per imbastire la concertazione con Berlusconi; che, dal canto suo, ha giocato come il gatto con il topo, alternando momenti di disponibilità al dialogo a momenti di netta chiusura, con l’evidente intento di logorare l’evanescente Pd. D’altronde, questa cosciente condiscendenza verso la maggioranza lo ha ulteriormente indebolito, regalando nel contempo a Di Pietro un inedito spazio di opposizione giustizialista e populista che ha avuto facile presa in alcuni settori popolari, come dimostrano i risultati elettorali in Abruzzo ed in Sardegna. E la debolezza della direzione del partito non si è manifestata solo all’esterno, bensì anche all’interno: così, i temi “etici” (il caso Englaro, l’iter parlamentare del testamento biologico) sono stati ancor di più occasione di scollamento del tessuto del Pd, che ne è stato dilaniato. L’esito di questo percorso ha fatto emergere le ostilità mai sopite di settori del partito nei confronti della leadership Veltroni. Da un lato, D’Alema ha iniziato a sottolineare quanto occorresse inserire nel Pd “elementi di socialdemocrazia”, lanciando da subito nella corsa per la segreteria il suo delfino, Bersani; dall’altro, quasi come un riflesso condizionato, quegli esponenti che nel partito sono i diretti esponenti degli interessi del Vaticano (Rutelli e i teodem), hanno cominciato a smarcarsi facendo intendere che potrebbe esservi sullo sfondo l’ipotesi di una loro scissione. A questo punto, a Veltroni non è rimasto altro se non rassegnare le proprie dimissioni, indicando quale proprio successore il suo vice, Franceschini, che infatti è stato eletto segretario. 
Berlusconi ha subito gongolato: “Sono abituato a fare a meno dell’opposizione. Ho già mandato a casa sette leader della sinistra, l’ottavo seguirà la stessa sorte”. Ma la grande borghesia non ha apprezzato il sarcasmo. Il Sole 24 Ore del 20 febbraio scorso segnalava che lo strapotere della governo a fronte dell’estrema debolezza dell’opposizione potrebbe determinare uno squilibrio pericoloso, col potenziale venir meno “dello slancio riformista della stessa maggioranza” ed il possibile aumento del peso politico di Di Pietro, con una ulteriore radicalizzazione dello scontro politico. E sottolineava anche il rischio che il Presidente della Repubblica possa in questo contesto assumere, in funzione di riequilibrio, un ruolo più “politico” e meno di “garanzia”. Il timore attuale del padronato è l’altra faccia della aspettative che esso riponeva nella nascita del Pd: una situazione politica come quella che potrebbe profilarsi col collasso completo dei democratici non sarebbe funzionale ai suoi interessi di ottenere “riforme” negoziate fra i poli e senza eccessive effervescenze sociali. Intanto, la segreteria Franceschini, in controtendenza con quella Veltroni, si sta caratterizzando per una vitalità finora sconosciuta al partito. Beneficiando anche della tregua concessagli dai dalemiani (che aspettano il prossimo congresso d’ottobre per puntare sul loro cavallo Bersani), il neosegretario cerca di inchiodare il governo alla crisi economica dirompente in atto, sfidandolo ad approvare provvedimenti in favore delle classi disagiate. È evidente che la strategia non è tanto quella di ottenere per la via parlamentare quelle misure (già bocciate come “demagogiche” dalla maggioranza), quanto quella di rivolgersi ai settori di elettori sfiduciati dalla precedente leadership e che hanno abbandonato in massa il Pd rifugiandosi nell’astensionismo o nelle accoglienti braccia di Di Pietro. Il tragitto da qui al congresso – ed in particolare, la tornata elettorale di giugno – dirà se Franceschini sarà stato solo un segretario a tempo oppure se, avendo anche solo in parte invertito la rotta, potrà correre per consolidare quella che oggi è stata concepita solo come una leadership tampone. Quel che è certo è che la ricostruzione rapida del Pd rientra, per quanto finora detto, fra gli auspici dei padroni. Ma ad una ricostruzione in senso “socialdemocratico” pensano sia i rappresentanti di quella socialdemocrazia in sedicesimo costituita da ciò che ormai resta della frantumata galassia del Prc, sia (per motivi solo parzialmente diversi)  Sinistra Critica che auspica espressamente la rinascita dalle ceneri del Pd di una sinistra socialdemocratica incarnata da Bersani, che costituirebbe – nella loro prospettiva – “un passo avanti”. Verrebbe da ricordare a tutti questi smemorati cosa abbia rappresentato Bersani nel governo Prodi, un governo da loro appoggiato sia dall’interno (con l’attuale segretario del Prc a fare il ministro), sia dall’esterno (col voto – critico, certo – di Cannavò e Turigliatto): era il punto di riferimento della grande borghesia (industriale, assicurativa e bancaria) e delle corporazioni, che furono da lui favorite con le famose “lenzuolate” a scapito dei lavoratori e della piccola e piccolissima borghesia, sospinta verso una sempre crescente proletarizzazione dai provvedimenti di spostamento di grandi risorse economiche a vantaggio del grande padronato. Le elezioni europee e le amministrative di giugno, nel quadro della crisi del capitalismo che si fa via via più acuta, costituiranno un banco di prova per il Pd. E lo saranno anche per il governo. Il progetto bipolare della borghesia in funzione di maggiori profitti è andato in crisi insieme al sistema che lo ha disegnato. La crisi del Pd – lo dicevamo all’inizio – non è elettorale, non implica alcuna “questione morale”: è invece la spia della crisi complessiva del sistema capitalistico. Quel sistema in cui, sullo sfondo di un massacro sociale sempre più violento, crescono le lotte dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, delle donne. Quel sistema che viene “coperto da sinistra” da chi guarda alla ricostruzione, sia pure in senso “socialdemocratico” dei democratici. Al contrario, ritengo che stavolta non siamo in presenza di un fenomeno congiunturale: il capitalismo è squassato dalle sue stesse convulsioni. Per questo, se guardiamo alle vicende dei due poli in Italia lo facciamo perché costituiscono la spia del sistema che esse rappresentano. E proprio per questo diciamo che è giunta l’ora di costruire quella direzione rivoluzionaria delle lotte che manca da troppo tempo.

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: | Lascia un commento

AVVISO AL NAVIGANTE!

Pubblicato da Alfredo su 27 Ottobre, 2008

«Attenti a voi, ragazzi». Così, ieri, il quotidiano Libero (!?) traduceva nel lessico dell’avvertimento mafioso, o dei bulli di periferia, l’«avviso ai naviganti» del capo del governo. E per chiarezza aggiungeva: «Studente avvisato…». Linguaggio incredibile, per tanto che si sia fatto il callo all’imbarbarimento in atto, che la dice lunga su quali umori velenosi debbono maturare nei retrobottega del governo, e voglia di menar le mani nell’ebbrezza di un consenso espugnato. E nel delirio di onnipotenza di chi sente di non avere avversari politicamente rilevanti.
Poche ore più tardi, dall’altra parte del mondo, con raro sprezzo del ridicolo, il Grande Proclamatore si rimangiava tutto, negando quello che i giornalisti di tutta Italia avevano ascoltato, qui, con le proprie orecchie, e i quotidiani di ogni colore avevano pubblicato in prima pagina: «Mai pensato alla polizia nelle scuole». Esempio ineguagliato di cattivo maestro della menzogna. Modello di quella pedagogia dell’inganno che guida l’«opera riformatrice» di questo governo che pretenderebbe di riscrivere la sintassi elementare del nostro sistema formativo.
Certo da uno che ha, come luoghi simbolo del proprio «stile», la discoteca e il Bagaglino non ci si aspettava altro che la voglia di riempire scuole e università di uomini in divisa. Ma da un Capo dello Stato che invece la cultura alta la conosce, ci saremmo attesi una parola più esplicita. Una difesa più limpida. Perché, in fondo, la natura di questa protesta che scuote le scuole di ogni ordine e grado è tutta qui: una difesa quasi disperata, un ultimo tentativo di salvare un residuo di dignità culturale di fronte alla marea montante dell’incultura, sociale e di stato. Una resistenza intergenerazionale, transpolitica o metapolitica contro l’ignoranza di governo che minaccia di abbattere e di travolgere quel poco di serietà professionale e di possibilità formativa che sopravvive nello spazio pubblico italiano.
Erano cinquant’anni che non si vedeva, nelle università, un’unità così ampia, dai rettori alle matricole, dai professori ordinari ai precari. E nelle scuole genitori, insegnanti, studenti, personale tecnico… Qualcosa vorrà ben dire: è ciò che si manifesta solo quando si avverte che è in gioco qualcosa di vitale. Che si è sotto una minaccia mortale. Non è il Sessantotto. O una sua ennesima replica, come ottimisticamente o all’opposto minacciosamente si dice. Quello vedeva, in uno scenario gioioso e giocoso, il conflitto tra studenti e autoritarismo accademico. Dava per scontata l’esistenza di un contesto scolastico garantito. Pretendeva di mutare la cultura ossificata dell’istituzione scolastica. Questa sommossa pacifica, invece, in un clima fattosi rigido, un po’ plumbeo, sa di dover garantire la sopravvivenza stessa del proprio habitat scolastico. Di dover salvare un ruolo e uno spazio per la cultura in quanto tale.
Il Sessantotto poteva permettersi il lusso della battaglia politica. Questo pezzo di paese a rischio di naufragio sa di dover giocare una “struggle for life” più «originaria» ed elementare, che riguarda questioni come il rispetto di sé, la dignità collettiva, la serietà del sapere, la non negoziabilità di valori primari. A cominciare dal mantenimento in vita di un sia pur danneggiato e minacciato residuo di «spazio pubblico». Per questo non sarà facile metterlo a tacere.

MARCO REVELLi by “Il Manifesto”

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: , , | 1 Commento »

UNA MATTINA / MI SON SVEGLIATO / E HO TROVATO LO…STATO!

Pubblicato da Alfredo su 10 Ottobre, 2008

C’è di che stropicciarsi gli occhi (e le orecchie) a leggere i titoli dei giornali di questi giorni. A sentire i discorsi dei leader. Politici, imprenditori, imprenditori politici e politici imprenditori. Presidenti della Repubblica e di Banche internazionali, europee, americane e quant’altro. Super-ministri del tesoro e delle finanze. Tutti quanti a invocare una nuova Divinità che, tuttavia, fa riemergere dalla nostra memoria qualche traccia, qualche ricordo. Ne avevamo sentito parlare altre volte, un tempo. Ma non ne siamo sicuri. Lo Stato. Rammentate: lo Stato? Proprio lui. Quello che non poteva neppure essere pronunciato senza venire sommerso dalla riprovazione pubblica (pardon: generale). Lo Stato. Caduto in disgrazia dopo gli anni Ottanta. E negli anni Novanta: innominabile. L’unico “stato” possibile: il participio passato del verbo essere. Appunto: lo Stato? E’ stato. Lo Stato imprenditore, lo Stato padrone. Che salva le aziende decotte. Lo Stato che fa i panettoni. Lo Stato che controlla i telefoni. E le poste. E le ferrovie. E la luce elettrica. Innominabile. Indicibile. Ineffabile. Scacciato e sepolto dal Mercato. Dal Privato. Principio e pensiero unico del Mondo nuovo. Dove a nessuno passava per la testa che il pubblico e lo stato potessero più competere, svolgere un ruolo regolatore, neppure di comando, o direzione. Meno stato e più Mercato. Meno pubblico e più Privato. Gli slogan dominanti li sentiamo ancora nelle orecchie. Era ieri. Ieri l’altro al massimo. Per cui non sappiamo quando, perché e come sia successo. Ma una mattina mi son svegliato. E ho ritrovato lo Stato, insieme al Pubblico. Dovunque. Invocato da tutti: Garante e Salvatore. Esibito come un’icona, un’immagine sacra. Non sappiamo cosa sia successo, quando, come e perché. Ma tutto questo ci disorienta non poco, perché i sacerdoti del nuovo culto hanno volti e nomi noti. Sono gli stessi che hanno celebrato il culto dominante fino a ieri. Anzi: stamattina. Governi liberali e ministri liberisti. Presidenti imprenditori. E Imprenditori presidenti. Di uno stato Imprenditore. E partiti-azienda oppure leghe di piccoli produttori. Tutti quanti a celebrare il rito dello Stato. Che ci salverà. Che garantirà i nostri risparmi, i nostri fondi, le nostre banche, le nostre imprese, piccole e grandi. Perché nessuna banca fallirà e nessun risparmio sfumerà. Lo Stato che protegge i cittadini dovunque e comunque. Lo Stato assicuratore e rassicuratore. A vegliare sulla quiete pubblica. A imporre l’ordine. L’esercito sparso dovunque. Sulle piazze e sulle strade. Nei luoghi di crisi. A presidiare le discariche e le periferie in degrado. Lo Stato ci salverà dal mondo che ci minaccia. Barboni, immigrati, puttane, scippatori, spacciatori, lavavetri. Ci vuole davvero uno sforzo grande per adeguarsi in fretta. Per non rischiare il cortocircuito cognitivo. E occorre tanta flessibilità (specialità del tempo presente) per cogliere l’attimo fuggente e già fuggito. Per riconoscere, senza perdersi, il nuovo paesaggio, al cui centro svetta lo Stato al posto del mercato. Il Pubblico al posto del privato. Quasi fossimo tornati indietro. Un ritorno al futuro. Anche se, a ben vedere, qualcosa manca nell’immagine del passato che ritorna. In particolare: lo Stato sociale, previdenziale e provvidenziale. Quello che garantiva (e spendeva tanto) per salute, lavoro, educazione, assistenza, pensioni. Quello Stato lì non ritorna. O meglio: non “deve” tornare. Quello Stato lì va aperto al mercato (che solo in questo caso torna ad essere considerato un valore). Pesa ancora troppo, si dice con rammarico. E per questo va ridimensionato. Troppi professori (perdipiù incapaci); troppi chirurghi (macellai); e troppi maestri (torniamo ai maestri unici che anche già così sono troppi). Così la sensazione di essere proiettati all’indietro, nel vortice del passato, un poco sfuma. Non è lo Stato che domina il mercato, del pubblico che guida il privato.
Questo Stato non rimpiazza il mercato, ma lo soccorre. Sostiene le banche più delle scuole. Le borse molto più della sanità. E non promette più benessere sociale (come potrebbe?), ma sicurezza individuale. Sorveglia il nostro mondo, affronta le paure senza dissolverle. E’ lo Stato al servizio dei privati. Lo Stato che stigmatizza gli “statali” (fannulloni) e i servizi “pubblici” (inefficienti). Per cui non riesce a curare la nostra inquietudine, ma, anzi, la alimenta. Né può ricostruire la nostra fiducia. In noi stessi, nelle banche e nello Stato. Quando lo Stato è “stato” ridotto a un participio passato, d’altronde, come è possibile affidargli il nostro futuro? E come credere nella sua forza, quando, per decenni, se ne è recitato il declino, anzi la fine? Quando la globalizzazione (mitica) ne ha indebolito poteri e legittimità? Quando la finanza senza confini e senza bandiere ne ha fatto un dio minore: come si può pretendere che oggi possa fare miracoli? sconfiggere il panico finanziario? Ergersi al di sopra della paura? E’ uno stato di necessità: non ha il fisico, tanto meno il carisma per recitare la parte del Leviatano.

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento

CRISI ECONOMICA E IPOCRISIE IDEOLOGICHE

Pubblicato da Alfredo su 6 Ottobre, 2008

La crisi di Wall Street e i suoi primi effetti in Europa non sono semplici turbolenze, per quanto gravi, del capitalismo: sono la cartina di tornasole della sua vera natura e, insieme, della sua crisi strutturale. Esse smentiscono una volta di più, se ve n’era bisogno, tutti gli annunci apologetici dell’89 sulla nascita di un nuovo “ordine mondiale” economicamente prospero. Così come sconfessano tutte le fantasie neoriformiste su un “nuovo mondo possibile” in ambito capitalistico. Al contrario: l’attuale crisi capitalistica conferma una volta di più l’attualità della rivoluzione socialista internazionale quale unica via d’uscita storicamente progressiva dalla crisi dell’umanità.
Naturalmente sarà necessario verificare attentamente il corso della crisi finanziaria, i ritmi della sua propagazione internazionale, le sue ricadute sulla produzione mondiale, i suoi effetti sul declino americano negli equilibri globali. Ma in ogni caso al di là delle sue variabili imprevedibili, la grande crisi di Wall Street rivela nella forma più clamorosa tutta l’irrazionalità del capitalismo, l’anarchia insuperabile del suo modo di produzione, la barbarie morale delle sue classi dirigenti, dei suoi partiti, dei suoi governi di diverso colore.
Per vent’anni la borghesia mondiale, americana ed europea, ha costruito il grande castello delle proprie fortune finanziarie sul massacro sociale dei salari e del lavoro, sulla privatizzazione delle prestazioni sociali (fondi pensione), sull’indebitamento crescente e indotto di milioni di famiglie in cerca di casa o di cure sanitarie, sulla cinica cartolarizzazione dei debiti e dei rischi d’insolvenza in una gigantesca giostra di capitali fittizi, spinta dalla ricerca di un profitto più elevato e più rapido di quello garantito dall’economia “reale”. La miseria sociale e la speculazione sulla miseria sono state la base dell’enorme ricchezza finanziaria accumulata dalle grandi banche, assicurazioni, imprese. Oggi quelle stesse classi dirigenti cercano di scaricare gli effetti del crollo del loro castello finanziario sulle medesime vittime sociali delle proprie speculazioni. Questa è la sostanza del piano Paulson negli USA col sostegno congiunto di Bush, Obama e McCain. Questo è il segno dei salvataggi finanziari operati in Europa, in Gran Bretagna, in Francia, in Germania, in Belgio, in Olanda.
I governi più “liberisti”, nel colpire i lavoratori, diventano i più “statalisti” quando si tratta di salvare i banchieri, naturalmente a spese dei contribuenti. I più solenni avversari del più piccolo “aiuto statale” per il salvataggio di posti di lavoro nei servizi pubblici, promuovono giganteschi aiuti dello stato per il salvataggio degli speculatori privati destinando centinaia di miliardi pubblici all’acquisto di titoli “tossici” o di azioni in declino. I nemici ideologici di ogni nazionalizzazione non esitano a comprare in tutto o in parte banche e assicurazioni in difficoltà: pagando indennizzi miliardari (e un futuro dorato) a sfruttatori cinici, con i soldi prelevati dal portafoglio degli sfruttati e da nuovi tagli sociali. I lavoratori colpiti nella previdenza pubblica a vantaggio di fondi pensione truffaldini (spesso oggi in picchiata) sono chiamati a pagare il conto lasciato dalle banche truffatrici: dunque sono truffati due volte. Famiglie spremute per anni da mutui bancari usurai sono chiamate a pagare il disastro dei loro strozzini: magari dopo aver subito il pignoramento della casa. Ovunque gli effetti della crisi e delle terapie borghesi si scaricheranno sulle condizioni sociali di grandi masse, già provate da decenni di “sacrifici”.
Di fronte a questo scenario generale, si conferma, una volta di più, la totale inconsistenza di ogni ingenuità riformista. I teorici del capitalismo democratico e sociale, di un “keynesismo progressista”, di un compromesso riformatore con la borghesia, sono davanti al fallimento di tutte le loro fantasie. Il nuovo statalismo della borghesia è a sostegno delle banche (e del militarismo) contro i lavoratori. Né più né meno che il vecchio liberismo. E’ la riprova che la borghesia usa i più diversi specchi ideologici a difesa dei propri immutati interessi di dominio.
Ogni riduzione dell’anticapitalismo all’antiliberismo ha rappresentato e rappresenta un inganno per i lavoratori e i movimenti sociali: spesso allo scopo di non pregiudicare compromessi di governo con le classi dominanti e i loro “partiti democratici” contro i lavoratori e i movimenti.
Parallelamente l’enormità della crisi in corso polverizza tutte le impostazioni iperminimaliste sostenute nei movimenti (Tobin tax, democrazia partecipativa…): miti ideologici illusori ormai defunti, subalterni all’idea di un capitalismo “sociale”, che rivelano, tanto più oggi, tutta la propria impotenza.
La verità nuda e cruda che la grande crisi internazionale ci consegna è la conferma (ennesima!) del marxismo: il capitalismo non è socialmente riformabile. Né per via ministeriale, né per opera della “pressione” dei movimenti. Nessun nuovo futuro per l’umanità è compatibile con il potere delle banche, delle assicurazioni, delle grandi imprese, dei loro partiti, dei loro governi, dei loro Stati. Il rovesciamento rivoluzionario di questo potere è condizione storica decisiva per il progresso della società umana. Solo un governo operaio può nazionalizzare le banche, non i loro debiti. Solo il potere dei lavoratori e delle lavoratrici può rendere possibile un mondo nuovo, liberato dalla dittatura del capitale finanziario. La crisi mondiale del capitalismo conferma ancora una volta che l’alternativa socialista o è internazionale o non è.

Pubblicato su filosofia | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento

SCUOLA: LOTTA DURA E AD OLTRANZA!

Pubblicato da Alfredo su 6 Ottobre, 2008

Una sola strada per salvare la scuola pubblica dall’attacco del governo
LOTTA DURA E AD OLTRANZA
 
“Ragazzi attenzione, ascoltate bene: i 15 dell’indirizzo tecnico biologico vadano nell’aula due; i 10 dell’indirizzo classico nell’aula tre e gli 8 dell’indirizzo linguistico nell’aula quattro: attenti a non andare nel laboratorio di lingue perché quest’anno è inagibile, il tetto sta crollando. Vi porto anche i saluti della vostra insegnante degli anni scorsi che quest’anno purtroppo non lavora: la sostituisco io che quest’anno farò 8 ore in questo istituto, perché nella scuola dove ho insegnato negli ultimi trent’anni non riesco a completare l’orario”.
La scuola per molti insegnanti e alunni quest’anno è cominciata così. Gli effetti dei 50 mila posti di lavoro tagliati dal governo Prodi e del ministro Fioroni si sono fatti sentire, sulla pelle dei lavoratori della scuola, degli studenti e delle famiglie. E, come ci annuncia il nuovo ministro dell’istruzione Gelmini, non è che l’inizio.

La scuola pubblica al collasso

Quello che si prospetta nei prossimi tre anni è il taglio di più di 100 mila ulteriori posti di lavoro, per un totale di 160 mila tagli tra insegnanti e personale Ata. Mentre i giornali parlavano di grembiulini e voti in condotta, alla fine di agosto per molti insegnanti precari – convocati come ogni anno alla vigilia dell’inizio delle attività didattiche per le assegnazioni annuali – decenni di precariato si sono trasformati in disoccupazione perenne. Le cattedre a disposizione per le supplenze, nelle scuole di ogni ordine e grado, si sono letteralmente dimezzate. Centinaia di classi, anche afferenti a indirizzi diversi, sono state accorpate fino ad arrivare a 33 alunni per classe.
I 200 mila precari, che da decenni attendono l’assunzione in ruolo e su cui si regge buona parte dell’attività didattica, sono diventati carne da macello di un governo che va all’incasso senza nemmeno bisogno di ricorrere a licenziamenti: il lavoratore il cui contratto è scaduto il 30 giugno non è un lavoratore, è un disoccupato che si può lasciare sulla strada facilmente.
Quest’anno molti di noi sono rimasti a casa, nell’attesa di qualche maternità o malattia per le supplenze. E’ una realtà che riguarda anche gli insegnanti di sostegno, che sono stati drasticamente ridotti nonostante l’aumento del numero di studenti diversamente abili. Per chi è riuscito a conservare una cattedra – seppure a costo di trasferimenti e dislocazioni del lavoro su più scuole anche molto distanti tra loro – è chiara la consapevolezza che si tratta di una magra consolazione e che, già dal prossimo anno, lavorare sarà impossibile. Quella che fino a ieri era una realtà contraddittoria fatta di dieci o venti anni di precariato prima dell’assunzione in ruolo a 1200 euro al mese, oggi significa rinuncia a qualsiasi prospettiva di assunzione: non lavorare per sei mesi significa perdere punti e, di conseguenza, non lavorare mai più.
Tutto questo avviene – è bene ricordarlo a chi, come la supermanager Brambilla, ci promette posti nel turismo – dopo decenni di formazione, fatti di corsi di laurea, costosissime scuole di specializzazione a frequenza obbligatoria, corsi di perfezionamento. Tutto inutile: per centinaia di migliaia di precari si è semplicemente trattato di fatiche sprecate. Ma le cose non sono rosee nemmeno per gli insegnanti in ruolo: a parte gli stipendi da fame, sono sempre più frequenti i casi di trasferimenti o completamento dell’orario in sedi lontane dal luogo di lavoro abituale in conseguenza dei tagli.

Dal maestro unico al sostegno: un vero e proprio massacro

Il decreto che ha trasformato la situazione da drammatica a catastrofica è la cosiddetta “Finanziaria di mezza estate”: il decreto 133 che, oltre a prevedere il taglio di decine di migliaia di posti di lavoro, riduce la scuola a un circo, danneggiando non solo gli insegnanti ma anche le famiglie. Il decreto si viene a inserire in una realtà già drammatica: nella scorsa legislatura, solo per fare un esempio, in moltissime scuole sono saltati anche i più elementari corsi di recupero, trasformati in interruzioni per più settimane dell’attività didattica mattutina a danno di tutti gli studenti. Questo quello che ci aspetta col nuovo decreto, oltre all’aumento a dismisura del numero di alunni per classe e ai già citati tagli: la riduzione delle materie (con richiesta agli insegnanti in ruolo di insegnare discipline di cui non sanno nulla!); la riduzione del numero di ore di lezione; l’ulteriore riduzione degli insegnanti di sostegno; il taglio di 8 miliardi di euro di finanziamenti alle scuole pubbliche.
Ma la notizia che ha fatto più scalpore – anche se, purtroppo, in realtà si tratta di una tra le tante – è quella che riguarda la reintroduzione del maestro unico nella scuola primaria, cosa che, nonostante le rassicurazioni del ministro, oltre a comportare tagli consistenti tra il personale docente, comprometterà sia l’attività didattica in generale, sia, più in particolare, il tempo pieno. Per quest’ultimo, che rappresenta un’esigenza imprescindibile per le famiglie di lavoratori, si parla di “disponibilità” varie ed eventuali che – com’è prevedibile visto l’andazzo – si tradurranno nello smantellamento del tempo pieno stesso.
Non contenta di questo sfacelo, la ministra promette che presto le assunzioni sui posti vacanti avverranno su chiamata diretta dei dirigenti (quelli che una volta si chiamavano presidi e che ora sono sempre più dei veri e propri manager), con i prevedibili fenomeni di clientelismo che andranno a penalizzare soprattutto i precari meno disponibili al supersfruttamento. Non solo: se già il ministro Bersani, col precedente governo, aveva trasformato le scuole in fondazioni con la possibilità di attingere finanziamenti dai privati – con le conseguenti ingerenze da parte delle imprese del territorio, che possiamo immaginare da quali fini didattici siano mosse! – oggi la Gelmini è decisa a completare l’opera: la sua missione consiste nel trasformare gli istituti in aziende tout court con consigli di amministrazione che organizzino la gerarchizzazione: al vertice ci saranno i pochi fedelissimi (crumiri e carrieristi) del dirigente pagati qualche briciola di più, tutti gli altri saranno destinati al macello.

La protesta cresce: comitati e autogestioni

Ma la Gelmini – ministro trentacinquenne molto più giovane di tanti precari che ora sono a casa ad aspettare una chiamata per la supplenza – ha fatto i conti senza l’oste. Né i lavoratori della scuola né gli studenti né le famiglie intendono accettare passivamente questo massacro della scuola pubblica. In tutta Italia, si stanno organizzando sit in, manifestazioni di protesta, assemblee autoconvocate di lavoratori e genitori per organizzare la resistenza e chiedere il ritiro immediato del famigerato decreto legge (che deve diventare operativo entro il 31 ottobre) e, soprattutto, per chiedere di invertire drasticamente la rotta. Le assemblee sono partecipatissime in tante città: i precari della scuola, come i lavoratori dell’Alitalia, ai quali si sentono vicini nell’assenza di prospettive di lavoro o sopravvivenza, invocano lo sciopero a oltranza. I genitori, che nel maestro unico vedono il rischio dello smantellamento del tempo pieno e che vedono il disagio dei figli ammassati in classi di 30 alunni, sono solidali con le rivendicazioni degli insegnanti. In alcune province stanno prendendo vita, spontaneamente, esperienze di autogestione delle scuole che coinvolgono insegnanti, lavoratori, studenti e famiglie. E’ il caso, per fare solo uno dei tanti esempi, di un istituto comprensivo (elementari e medie inferiori) dell’Appennino bolognese, dove è nato un collettivo autonomo di lavoratori che ha dato vita a un comitato permanente che intende coinvolgere in un percorso di lotta ad oltranza sia le famiglie sia, soprattutto, gli altri istituti. E’ un istituto, come tanti, che è retto al 90% da lavoratori precari e che venerdì 19 settembre è rimasto chiuso.

Verso lo sciopero generale

Il 19 settembre è stato un primo importante momento di mobilitazione nazionale, con lo sciopero generale dei precari della scuola e del pubblico impiego indetto dalla Cub. Altre mobilitazioni dei precari, organizzate da altre sigle del sindacalismo extraconfederale come i Cobas, sono in programma per le prossime settimane: è necessario un maggiore coordinamento al fine di evitare che la dispersione delle iniziative (magari per la mera volontà di autoconservazione di microburocrazie sindacali ostili le une alle altre) si traduca in un punto a favore del governo.
Al contrario, occorre raccogliere attorno ad una piattaforma di lotta indisponibile a compromessi al ribasso le energie che stanno crescendo tra i lavoratori, fino ad arrivare allo sciopero generale del 17 ottobre, che deve trasformarsi – nonostante i tentativi di “sabotaggio” più o meno intenzionale da parte dei partiti della sinistra cosiddetta radicale (che organizza un corteo l’11, pochi giorni prima) - in una grande giornata di mobilitazione dei lavoratori contro il governo Berlusconi.
Dal 17 ottobre deve uscire un messaggio chiaro: da una parte ci sono i padroni e il governo, che intendono far pagare la crisi ai lavoratori; dall’altra ci sono i lavoratori, che la crisi non vogliono pagarla. Occorre fin da subito costruire una massiccia campagna di informazione e propaganda nei luoghi di lavoro per fare in modo che il successo dello sciopero generale del 17 ottobre segni l’inizio di un percorso di lotte, fino a un grande sciopero unitario e di massa che sia in grado di cacciare il governo Berlusconi. 
 

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: | Lascia un commento

RIFLESSIONI IM-POLITICHE

Pubblicato da Alfredo su 5 Maggio, 2008

Sono dunque i simboli che ci fanno paura? Ci dispiace che la gente gridi “Duce Duce”?
Lasciamo da parte i simboli e guardiamo alla sostanza: il governo Berlusconi del 2008 per i salariati sarà migliore del governo Prodi. Sarà meno subalterno agli ordini della Banca Centrale Europea e meno tremante agli imperativi della Confindustria. Qualcuno dice che la destra italiana è pericolosa. Per quel che ne so io il primo Ministro degli Esteri che ha violato l’articolo 11 mandando aerei italiani a bombardare un paese sovrano con l’uranio impoverito, provocando morte e malattia non solo ai bombardati ma anche a centinaia di soldati italiani, si chiama Massimo D’Alema, e nella geografia politica ufficiale starebbe a sinistra. E allora di cosa abbiamo paura? Detassazione straordinari…
Il motivo profondo della paura non è stupido. Non lo vediamo perché operiamo quella che la psicoanalisi chiama “rimozione”. Cerchiamo di non vedere la causa vera della nostra paura, che è il progressivo dispiegarsi di una catastrofe che sta investendo la civiltà terrestre. Cerchiamo di non vedere gli effetti che il capitalismo ha depositato nel cuore e nella mente dell’umanità, nella superficie fisica del pianeta, nella consistenza velenosa dell’aria. Abbiamo paura dell’impotenza della politica, dell’incapacità collettiva di arrestare o anche solo rallentare l’accumularsi della devastazione psico-fisica.
Cerco di tirare delle conclusioni del mio ragionamento: quel che è successo in Italia ha poca importanza. Non accadrà nulla di catastrofico. La catastrofe non viene da quelli che hanno vinto le elezioni, ha cause più profonde e dimensione più ampie. Di questo dobbiamo occuparci, non del folcloristico ritorno delle camicie nere. E per questo non serve a niente recriminare, né rimpiangere governi “di sinistra” che nulla fecero per ostacolare la violenza del capitale. Non serve a molto neppure racimolare quel che resta di un passato non molto glorioso per prepararsi alle prossime scadenze elettorali. Quelli che pensano a come andranno le elezioni del 2013 mi fanno ridere. Non tanto perché nel 2013 potrei non esserci io, ma perché è probabile che non ci sia più il mondo. Per lo meno il mondo come lo abbiamo conosciuto nel corso dell’epoca moderna.
Pensiamo alla prossima generazione. Cresce nel rumore bianco dell’ipermedia, mentre le strutture scolastiche della trasmissione di sapere stanno crollando, non solo perché sono private di risorse, ma soprattutto perché la mente docente non è più in grado di comunicare con la mente discente, per un problema di difformità tecnica, per incompatibilità dei formati. Affettivamente incapace di fare comunità, culturalmente priva di difese critiche, tagliata fuori da ogni memoria storica, la nuova generazione è già oggi preda dell’ipersfruttamento, della precarietà, della violenza autolesionista. Negli ultimi dieci anni il cancro ai polmoni si è moltiplicato per tre volte nella popolazione delle grandi città. Polveri sottili e scorie tossiche come peste invisibile diffondono la malattia nella maggioranza della popolazione. La fame che negli ultimi cinquant’anni recedeva ora ha ripreso ad espandersi perché i Suv possano continuare ad inquinare.
Un tempo dicevamo che la classe operaia combatteva una battaglia per i suoi interessi, ma che dall’esito di questa battaglia dipendeva il futuro di tutta l’umanità. Era vero. La classe operaia ha perso e con quella sconfitta è imploso il futuro di progresso dell’intera umanità. Ricompattare l’esercito disperso del lavoro è un compito al quale non possiamo sottrarci, perché forse ci aspetta nel futuro una nuova stagione di lotta operaia su scala mondiale. Ma il discrimine vero è più radicale: da una parte c’è la libertà umana, dall’altra l’automatismo catastrofico dell’economia capitalista.
E’ possibile affrontare questa problematica con gli strumenti della democrazia rappresentativa, e le mitologie della sinistra storica? Credo di no. Ci sono altri strumenti che permettano di comprendere e di trasformare? Per il momento non mi pare che ci siano. Il primo compito è costruirli, non salvare qualcosa del passato.

Da “Liberazione” by BIFO

 

 

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: | 5 Commenti »

DISASTRO!! CHE FARE?

Pubblicato da Alfredo su 21 Aprile, 2008

Il risultato elettorale della Sinistra Arcobaleno è per generale ammissione al di sotto delle peggiori aspettative. Per la prima volta da 126 anni, da quando nel 1882 Andrea Costa venne eletto primo parlamentare socialista, non esiste nel Parlamento italiano né un socialista, né un comunista. Non esistono precedenti, almeno nel nostro paese, che possano fare da guida per darci un orientamento. Nel 1948 il Fronte popolare costituito da comunisti e socialisti subì una disfatta storica che aprì la strada a vent’anni di pesante egemonia democristiana, agli anni duri della discriminazione anticomunista, alla scissione della Cgil. Tuttavia le strutture portanti ressero, il Pci rimaneva un partito forte e radicato profondamente nella classe operaia. Oggi la portata della sconfitta non discende solo dall’esclusione dal Parlamento, ma soprattutto dalla sensazione di tracollo e di disfacimento che traspare in questi primi giorni. Che una sconfitta ci sarebbe stata, era scritto in partenza. Un’esperienza di governo fallimentare, terminata ingloriosamente per mano di Mastella e Dini: una rottura col Pd subìta con rassegnazione da parte dei gruppi dirigenti dell’Arcobaleno, che in buona parte hanno continuato a piagnucolare per la protervia di “Walter” che non ha voluto stringere accordi (e c’è chi continua anche dopo il voto con lo stesso ritornello…); una campagna elettorale zoppicante, parole d’ordine vaghe e contraddittorie, dirigenti in larga misura screditati che si rivolgevano a piazze quasi sempre semivuote. Tutto questo lasciava presagire un esito negativo, ma i numeri, smentendo anche i sondaggi più negativi, dicono che si è aggiunto qualcosa di più. Alla semplice domanda: “C’è un solo motivo per cui valga la pena di votare l’Arcobaleno?” oltre due milioni e settecentomila elettori che nel 2006 avevano votato le forze dell’Arcobaleno (senza contare Sinistra democratica) non hanno saputo dare risposta. Il voto della sinistra è esploso in frammenti, chi nell’astensione, chi nelle liste del Pcl e di Sinistra critica (come il mio), chi nel “voto utile” al Pd, diversi, c’è da supporre, anche nel voto a Di Pietro e alla Lega Nord. Il terreno è franato sotto i piedi di un gruppo dirigente che fino all’ultimo minuto non ha dimostrato di avere il minimo sentore di quanto si stava preparando. È la fine di un’epoca. Al capolinea arriva non solo una linea politica fallimentare che dal 2005 ha condotto Rifondazione da una sconfitta all’altra. Finisce l’epoca della sinistra “glamour”, “radical chic”, che invece che ai cancelli delle fabbriche convoca i giornalisti nei locali alla moda; finisce la lunga stagione delle “trovate” bertinottiane, dei giochi di parole, delle “mosse del cavallo” e dei “balzi della tigre” che tanto piacevano all’ex presidente della Camera. Si potrebbe scrivere un lungo catalogo degli argomenti con i quali questi dirigenti “intelligenti” attaccavano tutti coloro che criticavano la loro linea negli anni scorsi, in particolare quando ci si opponeva all’entrata nel governo Prodi. Per non dilungarci citiamo solo il più (involontariamente) umoristico: “Se seguissimo le vostre posizioni – dicevano –, usciremmo dalla politica e finiremmo col fare gli extraparlamentari!”. I signori strateghi sono ora serviti! Si apre una probabile diaspora, l’attrazione verso il Pd sarà irresistibile per larga parte del ceto politico dirigente dell’Arcobaleno. Gran parte dei Verdi si prepara a una precipitosa correzione di rotta. Sinistra democratica ha ripetuto per tutta la campagna elettorale e anche oltre che prima o poi col Pd bisognerà riaprire il dialogo. Le sirene si fanno sentire anche in Rifondazione. Bene: chi deve andare, vada! senza farsi trattenere dai rimpianti; vadano ad accomodarsi nel loft di Veltroni! nessuno li rimpiangerà; per ricostruire dopo questa sconfitta servirà ben altro materiale umano e ben altra linea politica e se nel fuggi-fuggi dovesse essere travolto qualche spezzone del Prc, tanto meglio. Se il Prc vuole avere un futuro, può averlo solo liberandosi dei tanti che invece di vivere per la politica hanno deciso di vivere di politica, di carriera, di amministrazioni locali, dei traffichini della politica pronti a tutto pur di salire un gradino di carriera, pur di far parte della “casta”. Comincia una “lunga marcia” verso i lavoratori, le fabbriche, i conflitti, gli immigrati, le donne (quelle vere, che subiscono sulla loro pelle il pesante ritorno del clericalismo e dell’oppressione familiare e lavorativa; non le immaginette da convegno che fanno solo battaglie per le candidature), le periferie, i tanti luoghi nei quali nessuno sa più a cosa debba servire un partito comunista e di classe. Questa lunga marcia bisogna farla assieme a tante migliaia di compagni e compagne che non sono disposti a vedere andare in liquidazione le idee, il simbolo e il partito per il quale abbiamo combattuto tante battaglie. Il presidente uscente di Confindustria, Montezemolo, esulta perché il risultato elettorale non solo garantisce la governabilità, ma anche per “la netta sconfitta delle forze politiche portatrici di una cultura anti-impresa, anti-mercato e anti-sviluppo, assolutamente incapaci di capire la realtà”. C’è solo una strada per smentire l’arrogante trionfalismo del capo confindustriale: ricostruire, con pazienza certosina, tanta umiltà e tanto spirito di sacrificio, la presenza dei comunisti nei conflitti di classe che inevitabilmente torneranno ad attraversare il nostro paese durante gli anni delle Destre. Che non si tratti di pie illusioni lo conferma il fatto che molti commentatori qualificati, dal direttore del Corriere della Sera in giù, hanno manifestato la loro preoccupazione per la cancellazione della sinistra dal Parlamento: temono una deriva radicale. Occorre fare di tutto affinchè il loro timore possa essere la nostra speranza, che nelle lotte future si ricostruisca un Prc che possa andare a testa alta non nei salotti televisivi, ma fra gli sfruttati che lottano per i propri diritti e il proprio futuro. Per fare una lunga marcia occorre tuttavia una direzione credibile, per idee e personaggi. Le “dimissioni” di Bertinotti e Giordano non vanno prese troppo sul serio. È noto che gli dèi non si dimettono dall’Olimpo, e il compagno Bertinotti ha già abbondantemente dimostrato in questi mesi e anche nella campagna elettorale di preferire di gran lunga il ruolo di “padre nobile della sinistra”, di ”deus ex machina” che dall’alto della sua posizione pronuncia sentenze oracolari piuttosto che tornare a mischiarsi con i poveri plebei della politica militante, ai quali tuttavia non si perita di lasciar pagare il conto (politicamente parlando) dei suoi festini. E cosa dovremmo pensare di quei dirigenti che come un disco rotto ripetono “guai se si ferma il processo unitario!”… e viene da domandarsi quali altri guai dovrebbero ancora capitare prima che ci si decida a buttare alle ortiche una linea fallimentare! Una nuova linea di classe e di opposizione può e deve affermarsi nel congresso straordinario del Prc, che è stato già fissato in luglio. Vengano i compagni, gli iscritti, i militanti, quelli del 20 ottobre, e mettano a riposo un gruppo dirigente fallimentare e impongano un drastico cambio di rotta. Vengano a ricreare nuova idee e nuovi sentimenti! L’idea politica è che si possa e si debba ricostruire un partito comunista all’altezza delle necessità se sapremo calarci fino in fondo nel conflitto di classe nella società e nella politica, interpretandolo nel solo modo concepibile oggi, e cioè come un conflitto che ci contrappone a entrambi gli schieramenti dominanti del Pd e del Pdl. Il sentimento è quello di chi non è disposto a permettere che dopo averci condotto a questo disastro, i responsabili principali compiano l’ultimo scempio usando una sconfitta causata da loro stessi per dissolvere in un nulla politico la storia, il lavoro e le battaglie di centinaia di migliaia di compagni.

 

 

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: , | 2 Commenti »

PROGRAMMA ELETTORALE DEL PdAC

Pubblicato da Alfredo su 15 Marzo, 2008

VIA TUTTI I GOVERNI BORGHESI!
La sola alternativa è comunista!
Volantino nazionale per le elezioni
 
Due anni di governo Prodi: banche e padronato incassano e rilanciano
Due anni di governo Prodi hanno portato alla borghesia enormi vantaggi. Ecco perché Montezemolo ha lanciato appelli per rimandare le elezioni e padroni come Calearo o Colaninno si candidano nelle liste di Veltroni. I profitti delle imprese sono aumentati con l’impoverimento della classe lavoratrice, con una netta perdita del potere d’acquisto dei salari. I recenti accordi tra governo, sindacati concertativi e Confindustria hanno confermato il lavoro precario e l’aumento dell’età pensionabile. Con Prodi la grande borghesia ha poi incassato: lo scippo del Tfr e l’incremento della previdenza privata (miliardi per banche e sindacati che gestiscono i fondi pensione); il mantenimento della legge 30 e la possibilità di continuare a supersfruttare i precari; la detassazione degli straordinari e il peggioramento delle condizioni di lavoro che alimentano la mattanza giornaliera degli incidenti (Thyssenkrupp); due Finanziarie che hanno regalato miliardi al padronato e tagliato lo Stato sociale.
Tutto ciò è stato possibile grazie al sostegno di Cgil, Cisl e Uil e alla partecipazione al governo della Sinistra Arcobaleno. E’ stato grazie a Epifani e Bertinotti se questo attacco senza precedenti della borghesia non ha avuto una adeguata risposta dei lavoratori: hanno garantito la “pace sociale” e un crollo delle ore di sciopero proprio quando solo uno sciopero generale avrebbe consentito di fermare il governo. Ecco perché alle elezioni i settori centrali del padronato puntano su Veltroni: Berlusconi (che pure presenta un programma identico) non garantisce quel controllo del movimento operaio che il Pd assicurerà con l’alleanza che tornerà a stringere con Bertinotti e il sindacato in caso di vittoria.Guerre sociali e militari: l’esito fallimentare delle sinistre al governo
La partecipazione di Rifondazione comunista, Comunisti italiani, ecc. (la Sinistra Arcobaleno, che ha rinunciato persino ai simboli del lavoro, la falce e il martello) non è servita a strappare la minima conquista. Sul terreno della guerra, la “sinistra radicale” ha votato: il rifinanziamento di tutte le missioni militari, a partire dall’Afghanistan; l’invio di truppe in Libano; l’incremento del contingente a Kabul; l’allargamento della base Usa a Vicenza; l’aumento delle spese militari e stanziamenti per F35, fregate da combattimento, aerei Eurofighter, ecc. Oggi la prospettiva della Sinistra Arcobaleno resta quella di una futura alleanza di governo con il Pd di Veltroni che rivendica guerre e invasioni coloniali e proclama la fine della lotta di classe (il che significa che la continuano solo i padroni, mentre i lavoratori dovrebbero subire senza reagire). Anche dal punto di vista dei diritti sociali e civili, la partecipazione della sinistra al governo non è valsa ad apportare il seppur minimo miglioramento. Sono aumentati i finanziamenti pubblici alle scuole private, sono stati varati decreti razzisti e xenofobi, come il famigerato “pacchetto sicurezza”, sono state assecondate le ingerenze del Vaticano contro i diritti delle donne e degli omosessuali (messa in discussione della legge 194, mancata abrogazione della legge 40 sulla fecondazione assistita, crociata contro le unioni di fatto).
Tutto questo non è che una conferma di una verità che la storia ci ha più volte mostrato: ogni governo, nel capitalismo, non può che essere un governo che amministra gli affari della borghesia. Da secoli ogni variante politica del capitalismo – dai regimi reazionari a quelli cosiddetti “progressisti”, dai governi di centrodestra a quelli di centrosinistra – dà vita inevitabilmente a politiche volte a salvaguardare i profitti delle classi dominanti, imponendo ai lavoratori il costo delle crisi economiche ricorrenti.Le norme elettorali truccate per escludere le forze fuori dal sistema
Il nostro è un partito impegnato nelle lotte: è lì che sta il baricentro di chi vuole rovesciare con la rivoluzione questa società corrotta, non è dalle urne che verrà la soluzione per i lavoratori. Tuttavia abbiamo deciso di sfruttare le elezioni come occasione di propaganda di un programma dalla parte dei lavoratori e avevamo proposto alle altre due organizzazioni a sinistra dell’Arcobaleno (Sinistra Critica e Pcl), pur consapevoli delle divergenze, di verificare una presentazione comune. Con scelta settaria, entrambe hanno preferito la presentazione solitaria, anche confidando nell’uso spregiudicato delle norme anti-democratiche che permettono ad entrambe (pur essendo della nostra stessa taglia) di presentarsi senza raccogliere le decine migliaia di firme che la legge impone ai partiti esterni al parlamento (privi dei miliardi del finanziamento pubblico): Sinistra Critica ha infatti due parlamentari (eletti dal Prc) mentre il Pcl di Ferrando ha chiesto il sostegno di Giorgio Carta (Psdi) un guerrafondaio filo-Nato che ha presentato una proposta di legge per l’apertura di nuove basi militari al sud!
IL NOSTRO PROGRAMMA E’ UN PROGRAMMA ANTICAPITALISTA
L’UNICA ALTERNATIVA E’ UN GOVERNO DEI LAVORATORI. Oggi più che mai, il capitalismo significa barbarie: guerre, popoli oppressi e ridotti alla fame, immiserimento crescente di fette sempre più ampie della popolazione nei Paesi a capitalismo avanzato, disoccupazione, scempio ambientale, diffusione del lavoro precario e sottopagato, politiche razziste, discriminazioni sessuali. Nel capitalismo ogni governo costituisce, inevitabilmente, un “comitato d’affari della grande borghesia”: così diceva Marx due secoli fa e così constata ogni giorno ogni lavoratore e giovane sulla propria pelle. O si sta dalla parte dei lavoratori o dalla parte del padronato: non esiste una “sintesi” tra interessi contrapposti. Solo un governo dei lavoratori, che dia agli sfruttati il controllo di un’economia pianificata volta alla soddisfazione dei bisogni sociali e non basata sul profitto, può porre fine alla spirale di guerra e miseria in cui il capitalismo sta trascinando l’umanità. Solo un processo rivoluzionario che coinvolga le masse può rovesciare la falsa democrazia borghese delle casseforti, e il suo “pollaio” parlamentare, covo di corruzione e intrighi, instaurando una democrazia dei lavoratori, basata sui loro organismi di lotta.LA NECESSITA’ DEL PARTITO E DELL’INTERNAZIONALE. Nessuna lotta parziale, nessun movimento possono svilupparsi in senso rivoluzionario in assenza di un partito d’avanguardia, radicato tra i lavoratori e le classi sfruttate, un partito che sta in ogni lotta e in ogni mobilitazione in vista di una prospettiva anticapitalista. La tragedia dello stalinismo e del “socialismo in un Paese solo” è la conferma che solo la rivoluzione socialista mondiale potrà dare stabilità alle future conquiste dei lavoratori. Serve quindi un’internazionale rivoluzionaria, che va ricostruita a partire dal patrimonio storico di Lenin e Trotsky: per questo il PdAC, con altri partiti nel mondo, aderisce alla Lega Internazionale dei Lavoratori, che si pone il compito di ricostruire la Quarta Internazionale. Il Partito di Alternativa Comunista è nato agli inizi del 2007, molti attivisti provenienti dal sindacalismo di base e da esperienze di lotta e movimento stanno partecipando alla costruzione di un partito che si batte per:
  • IL RITIRO IMMEDIATO DELLE TRUPPE DA TUTTI GLI SCENARI DI GUERRA E LA CONVERSIONE AD USO CIVILE DI TUTTE LE BASI MILITARI
  • LA DIFESA DEI DIRITTI DELLE DONNE E DEGLI OMOSESSUALI DAGLI ATTACCHI DEL VATICANO
  • L’ABOLIZIONE IMMEDIATA DELLA LEGGE 30 E DI TUTTE LE LEGGI PRECARIZZANTI E L’ASSUNZIONE A TEMPO INDETERMINATO DI TUTTI I LAVORATORI PRECARI
  • L’ABOLIZIONE DELLE LEGGI RAZZISTE (”PACCHETTO SICUREZZA” ETC) E LA CHIUSURA DEI CPT
  • L’AUMENTO DEI SALARI, CHE VANNO ADEGUATI AL COSTO DELLA VITA
  • NO ALL’AUMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE! PENSIONI PUBBLICHE E DIGNITOSE PER TUTTI
  • LA NAZIONALIZZAZIONE, SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI, DEI MEZZI DI PRODUZIONE, A PARTIRE DALLE AZIENDE IN CRISI E CHE LICENZIANO

Invitiamo a votare per il PdAC o, dove il nostro simbolo non è presente, ad astenersi o a scrivere sulla scheda “Voto per Alternativa Comunista, per un’alternativa dei lavoratori”, rimarcando l’esclusione anti-democratica dell’unica lista comunista fuori dai giochi del pollaio borghese. La nostra parola d’ordine in questa campagna elettorale sarà:
via tutti i governi borghesi!
per un governo dei lavoratori!

 

pdac.jpg

Il simbolo elettorale del Partito di Alternativa

 Comunista

per un’alternativa comunista!

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento

SCENARI ELETTORALI AL SENATO

Pubblicato da Alfredo su 11 Marzo, 2008

Le prossime elezioni politiche in Italia vedono, almeno nei sondaggi,  un netto vantaggio del Popolo della Libertà di Berlusconi, che potrebbe vincere con relativa facilità soprattutto alla Camera, dove il divario tra PdL e PD è stimato tra i 10 e i 7 punti percentuali. Di conseguenza, sembra scontato che il premio di maggioranza possa andare al partito del Cavaliere. Ma al Senato, a causa del diverso regolamento per la ripartizione dei seggi (premi di maggioranza regionali), la situazione è decisamente imprevedibile. Per gli strani effetti della Legge Calderoli (il cosiddetto “porcellum”) può essere garantita una solida governabilità anche con un piccolo vantaggio. Decisivi Sinistra Arcobaleno e l’Unione di Centro (UdC): se supereranno la soglia dell’8% in diverse regioni renderanno assai incerto il risultato finale. Silvio Berlusconi può vincere le elezioni con oltre due milioni e 300 mila voti di scarto (circa il 7%) e ottenere una maggioranza risicata in Senato, non troppo diversa da quella del governo Prodi. Può battere Walter Veltroni per un milione e mezzo di voti (4,6%) e mancare del tutto la maggioranza. Può invece prevalere per meno di un milione di voti (circa il 3%) e assicurarsi una solida governabilità. Sarà una lotteria la competizione del Senato, con 17 diversi premi di maggioranza in palio. Ho perciò studiato attentamente le situazioni regionali, ed elaborato alcune simulazioni (non sono sondaggi nè previsioni) che dimostrano la casualità o, se si vuole, l’irrazionalità dell’attuale meccanismo elettorale.
Naturalmente, in un’elezione un’onda lunga di consenso può travolgere ogni incertezza e portare al governo un vincitore indiscusso. Tuttavia, se nel 2006 qualcuno pensava di imbrigliare la maggioranza accorciando la distanza dal polo antagonista, ora con due poli grandi e due forze intermedie (e con altre liste autonome che possono diventare determinanti per la conquista dei premi regionali) l’equazione elettorale ha acquisito nuove e più importanti incognite.
Le simulazioni ruotano attorno allo scenario di una prevalenza della coalizione berlusconiana (PdL più Lega Nord più MpA), con corrispondente conquista della maggioranza alla Camera. I numeri del Senato, però, restano incerti anche in caso di netta affermazione (ipotesi 1 e 2: scarto tra il 7% e il 6,9% ). E le differenze tra le tabelle (dove si muovono le cifre elettorali dei quattro competitors) dimostrano che l’esito finale non dipende solo dallo scontro diretto Berlusconi-Veltroni. Nell’ipotesi 4 la rimonta del PD arriva fino al 39,4% (contro 42,4%): ma, a fronte di un risultato deludente della Sinistra Arcobaleno e del Centro, la maggioranza berlusconiana sarebbe netta. Nell’ipotesi 3, invece, il PD si ferma poco sopra il 37% (PdL 42%), tuttavia le buone prestazioni delle forze intermedie possono portare al più clamoroso dei pareggi in Senato (che probabilmente impedirebbe un nuovo governo Berlusconi, favorendo la Grande Coalizione).
Tutto ciò getta una luce sulla polemica attorno al “voto utile”. Ma le simulazioni svelano anche una diversa incidenza di Centro e Sinistra Arcobaleno. In particolare il successo della Sinistra avrebbe per Berlusconi un costo diretto in termini di seggi: nelle regioni dove è pronosticato un successo del PD (ad esempio Toscana, Emilia Romagna, Umbria e Marche), la Sinistra conquisterebbe i propri senatori tutti a scapito del PdL (nell’ipotesi 2 è proprio l’insuccesso di Bertinotti uno dei vettori della vittoria del PdL). Il Centro pesa diversamente sull’equilibrio del Senato. Per la ragione opposta alla Sinistra, sottrae i propri seggi principalmente al PD. Tuttavia un buon risultato di Casini in alcune regioni può offrire chances al PD per la conquista di alcuni premi regionali.
Le simulazioni non coprono tutti gli scenari possibili, e si fondano su coefficienti ricavati dalle elezioni 2006. Ma nella realtà la partita regionale è assai più aperta e imprevedibile. Di per sè le tabelle dimostrano un dato: la conquista del premio di maggioranza da parte del PD in sette regioni (Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Basilicata, Marche, Abruzzo, Liguria) potrebbe essere sufficiente per arrivare vicino al pareggio. Ma nessuno può escludere ulteriori incognite e sorprese: ad esempio la vittoria nel Lazio, che nel 2006 fu appannaggio della CdL, potrebbe essere rimessa in discussione dal radicamento della Destra di Storace e della Santanchè (quinto incomodo) e dal trascinamento delle Comunali di Roma. Se il PD vincesse il premio nel Lazio, Berlusconi perderebbe 5 seggi rispetto alle previsioni e Veltroni ne guadagnerebbe altrettanti.
Ipotesi 1   SCARTO: 7%

Seggi in palio
Premio
SA
PD
UdC
PdL
   
 9,3  36,1 7,2
43,1
Abruzzo 7 4
-
4
1
2
Basilicata 7 4
-
4
1
2
Calabria 10 6
-
3
1
6
Campania 30 17 2
9
2
17
Emilia Romagna
21 12
2
12
-
7
Friuli
7 4
1
2
-
4
Lazio 27 15
3
9
-
15
Liguria 8 5
1
2
-
5
Lombardia 47 26
5
16
-
26
Marche 8 5
1
5
-
2
Piemonte 22 13
2
7
-
13
Puglia 21 12
-
7
2
12
Sardegna 9 5
1
3
-
5
Sicilia 26 15
-
8
3
15
Toscana 18 10
2
10
-
6
Umbria 7 4
1
4
-
2
Veneto 24 14
-
9
-
15
TOTALE 299
21
114
10
154
Valle d’Aosta
1 -
-
1
-
-
Molise 2 -
-
1
-
1
Trentino A.A.
7 -
-
5
-
2
Estero 6 -
-
2
-
4
TOTALE 315
21
123
10
161
Sette punti di vantaggio del PdL sul PD. Ottimo risultato per la Sinistra Arcobaleno. Buono per l’UdC. La maggioranza del PdL è esigua (pari al numero dei senatori a vita). Un quasi pareggio. Probabile la Grande Coalizione.

Ipotesi 2   SCARTO: 6,9%

Seggi in palio
Premio
SA
PD
UdC
PdL

6,1
37,4
8,1
44,3
Abruzzo 7 4
-
4
1
2
Basilicata 7 4
-
4
1
2
Calabria 10 6
-
3
1
6
Campania 30 17 -
10
3
17
Emilia Romagna
21 12
-
12
-
9
Friuli
7 4
-
3
-
4
Lazio 27 15
-
12
-
15
Liguria 8 5
-
3
-
5
Lombardia 47 26
-
18
-
29
Marche 8 5
-
5
1
2
Piemonte 22 13
-
9
-
13
Puglia 21 12
-
7
2
12
Sardegna 9 5
-
3
1
5
Sicilia 26 15
-
8
3
15
Toscana 18 10
2
10
-
6
Umbria 7 4
-
4
-
3
Veneto 24 14
-
8
2
14
TOTALE 299
2
123
15
159
Valle d’Aosta
1 -
-
1
-
-
Molise 2 -
-
1
-
1
Trentino A.A.
7 -
-
5
-
2
Estero 6 -
-
2
-
4
TOTALE 315
2
132
15
166
Svantaggio PD di poco inferiore ai sette punti. Positiva performance del Centro. Forte ridimensionamento della Sinistra Arcobaleno. La maggioranza del PdL è netta. Nasce il governo Berlusconi.
Ipotesi 3   SCARTO: 4,6%

Seggi in palio
Premio
SA
PD
UdC
PdL

8
37,4
7,5
42
Abruzzo 7 4
-
4
1
2
Basilicata 7 4
-
4
1
2
Calabria 10 6
-
3
1
6
Campania 30 17 -
10
3
17
Emilia Romagna
21 12
2
12
-
7
Friuli
7 4
-
3
-
4
Lazio 27 15
2
10
-
15
Liguria 8 5
1
5
-
2
Lombardia 47 26
4
17
-
26
Marche 8 5
1
5
-
2
Piemonte 22 13
2
7
-
13
Puglia 21 12
-
7
2
12
Sardegna 9 5
-
5
1
3
Sicilia 26 15
-
8
3
15
Toscana 18 10
2
10
-
6
Umbria 7 4
1
4
-
2
Veneto 24 14
-
9
-
15
TOTALE 299
15
123
12
149
Valle d’Aosta
1 -
-
1
-
-
Molise 2 -
-
1
-
1
Trentino A.A.
7 -
-
5
-
2
Estero 6 -
-
2
-
4
TOTALE 315
15
132
12
156
Distacco PdL-PD ridotto a 4,6 punti percentuali. Lusinghieri risultati per Sinistra Arcobaleno e UdC. Il PdL non conquista la maggioranza del Senato. E’ il pareggio. Sicura la Grande Coalizione.
Ipotesi 4   SCARTO: 3%

Seggi in palio
Premio
SA
PD
UdC
PdL

5,8
39,4
5,6
42,4
Abruzzo 7 4
-
4
-
3
Basilicata 7 4
-
4
-
3
Calabria 10 6
-
6
-
4
Campania 30 17 -
13
-
17
Emilia Romagna
21 12
-
12
-
9
Friuli
7 4
-
3
-
4
Lazio 27 15
-
12
-
15
Liguria 8 5
-
5
-
3
Lombardia 47 26
-
19
-
28
Marche 8 5
-
5
-
3
Piemonte 22 13
-
9
-
13
Puglia 21 12
-
9
-
12
Sardegna 9 5
-
5
-
4
Sicilia 26 15
-
9
2
15
Toscana 18 10
2
10
-
6
Umbria 7 4
-
4
-
3
Veneto 24 14
-
9
-
15
TOTALE 299
2 138
2
157
Valle d’Aosta
1 -
-
1
-
-
Molise 2 -
-
1
-
1
Trentino A.A.
7 -
-
5
-
2
Estero 6 -
-
2
-
4
TOTALE 315
2
147
2
164
Il distacco tra PdL e PD è minimo: 3% Sinistra Arcobaleno e UdC ottengono risultati decisamente deludenti. La maggioranza per il PdL è netta. Addirittura superiore all’ipotesi 1. Nasce il governo Berlusconi.
Ricapitoliamo la situazione regione per regione, per capire quali possono essere le situazioni da seguire con particolare attenzione:
ABRUZZO: 7 seggi. La situazione sembra abbastanza certa, con la vittoria del PD, che prende il premio di maggioranza (4), mentre il PdL dovrebbe avere 2 o 3 seggi (1 o nessuno per Casini, dipende dal raggiungimento della soglia di sbarramento). Nessuno per Bertinotti, che non supererà lo sbarramento dell’8%.
BASILICATA: 7 seggi. Situazione certa, identica a quella precedente.
CALABRIA: 10 seggi. Situazione non certissima, ma Berlusconi è favorito: per lui 6 seggi, mentre gli altri 4 tutti al PD (oppure 1 a Casini se supera lo sbarramento). Ma in caso di rimonta del PD, Veltroni potrebbe anche farcela. Nessun seggio per la Sinistra.
CAMPANIA: 30 seggi. Regione importante, ma situazione ahimè certa, con la prevedibile sconfitta del PD e la fine dell’era Bassolino, travolto dalla “munnezza”. Al PdL 17 seggi, PD tra i 9 e i 13 seggi, Bertinotti e Casini alle prese con il dubbio dell’8%. Nel caso lo superassero, 3 o 2 seggi per Casini e 1 o 2 per Bertinotti.
EMILIA ROMAGNA: 21 seggi. Regione storicamente “rossa”, roccaforte diessina e quindi sicura vittoria del PD (12 seggi); anche Bertinotti dovrebbe farcela (2 seggi), mentre Casini di sicuro non ce la fa. A Berlusconi dai 7 ai 9 seggi (dipende dalla Sinistra Arcobaleno).
FRIULI: 7 seggi. Situazione abbastanza sicura con vittoria della destra (4 seggi), mentre gli altri 3 andrebbero al PD. Casini non ce la fa, Bertinotti potrebbe farcela e prendersi 1 seggio dal PD.
LAZIO: 27 seggi. Tra le regioni più “pesanti”, dovrebbe andare a Berlusconi (15 seggi), ma la situazione non è così chiara e pacifica. Casini non ce la fa, mentre Bertinotti potrebbe farcela, guadagnando 2 o 3 seggi. Il PD tra i 9 e i 12 seggi (dipende dal quorum della Sinistra). Se vincesse Veltroni, grazie ai voti che Storace prenderebbe al PdL, situazione capovolta. Da seguire.
LIGURIA: 8 seggi. Esito incertissimo: premio di maggioranza: 5 seggi. Bertinotti dovrebbe avere 1 seggio, gli altri 2 ad uno dei due sconfitti (Berlusconi o Veltroni). Casini a secco. Situazione da seguire.
LOMBARDIA: 47 seggi. La regione più popolosa ed elettoralmente importante; esito scontato, con vittoria del PdL che potrebbe andare anche al di là del premio di maggioranza: tra i 26 e i 29 seggi. Casini non ce la fa, mentre per Bertinotti è difficile ma possibile. Nel caso si piazzasse sopra l’8%, potrebbe avere 4 o 5 seggi. Al PD tra i 16 e i 19 seggi (dipende dal quorum della Sinistra). Situazione da tenere sott’occhio, se non altro per la dimensione dei numeri.
MARCHE: 8 seggi. Altra roccaforte di Veltroni: 5 seggi per il PD, per il PdL 3 seggi, ma solo se Casini e Bertinotti non superano lo sbarramento. Più probabile che lo superi la Sinistra (1 seggio) che non il Centro.
PIEMONTE: 22 seggi. Situazione certa con vittoria di Berlusconi (13 seggi), mentre gli altri 9 a Veltroni, ma solo se la Sinistra non supera lo sbarramento (ma è difficile che non lo faccia). Bertinotti potrebbe avere 2 seggi, mentre il Centro nessuno.
PUGLIA: 21 seggi. Situazione abbastanza certa, con 12 seggi al PdL, 7 a Veltroni, 2 al Centro, mentre Bertinotti non ce la fa.
SARDEGNA: 9 seggi. Esito incertissimo, sia tra Berlusconi e Veltroni, sia per lo sbarramento per Casini e Bertinotti. Se lo superano, prendono 1 seggio, ma è molto difficile che lo facciano entrambi. Premio di maggioranza: 5 seggi, 3 seggi per gli sconfitti. Situazione da seguire attentamente.
SICILIA: 26 seggi. Vittoria sicura per Berlusconi (e Cuffaro…), che conquisterà 15 seggi. Bertinotti non ce la fa, mentre al Centro di Casini andranno 3 seggi. Al PD 8 seggi.
TOSCANA: 18 seggi. Altro bastione “rosso”; situazione certa: 10 seggi al PD, 6 a Berlusconi, 2 alla Sinistra. Casini non ce la fa.
UMBRIA: 7 seggi. Idem come sopra. 4 seggi al PD, 2 a Berlusconi, 1 alla Sinistra (ma solo se, come probabilmente accadrà, supera lo sbarramento). Casini non ce la fa.
VENETO: 24 seggi. Regione chiave del Nord-Est, bastione leghista e berlusconiano. Niente da fare per Bertinotti, mentre il PdL portebbe portare a casa più di quanto previsto dal premio di maggioranza: 15 seggi, specie se Casini non passasse lo sbarramento. Ma poichè quest’ultimo dovrebbe farcela (2 seggi), 8 andrebbero al PD e 14 a Berlusconi.
VALLE D’AOSTA: 1 seggio. Regione a statuto speciale. Collegio uninominale unico: 1 seggio al PD, nettamente favorito.
MOLISE: 2 seggi, di cui 1 al PD e 1 al PdL.
TRENTINO ALTO ADIGE: 7 seggi. Regione a statuto speciale: 5 seggi al PD e 2 al PdL.
ESTERO: 6 seggi. Stavolta, a differenza di due anni fa, Berlusconi è nettamente favorito: 4 seggi per lui, 2 per Veltroni.

 

NUMERI FINALI (SCENARIO ESTREMAMENTE PROBABILE)

PdL: da 151 a 166 seggi (forbice);       da 156 a 161 seggi (scenario realistico)

PD : da 123 a 147 seggi (forbice);        da 124 a 127 seggi (scenario realistico)

SA:  da 8 a 21 seggi (forbice);                da 12 a 17 seggi (scenario realistico)

UdC: da 5 a 15 seggi (forbice);             da 10 a 14 seggi (scenario realistico)

  
N.B. – Queste quattro forze politiche sono le uniche che hanno la possibilità di essere presenti al Senato.

 

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: | 6 Commenti »

INTERVISTA A ZIPPONI: VECCHIE LE RICETTE DEL PD

Pubblicato da Alfredo su 11 Marzo, 2008

Nel programma del Pd c’è «disonestà intellettuale»: si promettono miracoli quando tutti sanno che l’Italia sta per essere investita da una gravissima crisi economica. Un’omissione tanto più grave in quanto servirà, passate le elezioni, a giustificare il governo di unità nazionale. E’ dura la critica di Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del Prc e candidato per Sinistra arcobaleno, alle ricette economico-sociali del partito di Veltroni. Ricette, spiega, che oltre tutto sono vecchie di almeno trent’anni.
«Con noi l’Italia rivivrà il boom degli anni ‘60». Veltroni, evidentemente, crede nei miracoli. Perché, al contrario, la situazione economica generale che si prospetta per i prossimi mesi-anni ha un nome ben poco rassicurante: recessione. E ben difficilmente l’Italia potrà sfuggirvi, altro che boom. Quindi Veltroni crede nei miracoli. O è in malafede. Ma le bugie che il programma elettorale del Pd racconta in materia di economia e lavoro saranno presto svelate. «Se c’è una cosa che l’esperienza con l’Unione ci ha insegnato – spiega infatti Zipponi – è che un programma deve reggere non solo durante la campagna elettorale, ma soprattutto dopo. E’ dopo che emerge ciò che è serio e ciò che, invece, è pura propaganda».
Senza aspettare il 14 aprile, però, già si può alzare il velo sulla «disonestà intellettuale» sulla quale sono costruite le proposte economiche del Partito democratico. Intanto, spiega Zipponi, «il programma del Pd è continuamente aggiornato sulla base delle candidature: prima Ichino, poi Colaninno, poi Calearo. Sono nomi che hanno un peso su quello che farà il Pd; che valgono più delle chiacchiere scritte sul programma». Ciò premesso, la critica del responsabile lavoro del Prc parte da una constatazione: la totale assenza di un’analisi dell’andamento reale dell’economia.
Sarebbe a dire?
Il Pd non si pone minimamente il problema del ruolo dello Stato nell’assumere i grandi indirizzi economici, nel momento in cui l’economia globale sta correndo «verso il baratro». Si parla di crescita economica; si dice testualmente «miracolo». Ma basta leggere l’analisi di Nouriel Roubini, economista dell’università di New York, per capire che non ci sarà nessun miracolo. Roubini spiega molto bene che la crisi Usa dei mutui subprime è solo l’inizio e che «non è da escludere» la bancarotta di «alcune importanti banche», con un’«ondata di stretta creditizia» (che avrà per forza riflessi sull’economia) e un effetto a cascata sui mercati azionari globali. A ciò si devono aggiungere quotazioni oltre i cento dollari al barile del petrolio, dal quale l’economia italiana dipende per l’85%. Queste due circostanze combinate porteranno il nostro paese a vivere la più grave crisi economica dagli anni ‘70. Ebbene, di tutto ciò non c’è traccia nel programma del Pd.
Berlusconi, invece, sembra averlo ben presente se pensa ad un governo Draghi «per fare le riforme e affrontare l’emergenza economica».
Preferisco parlare di Tremonti, che ci capisce (non a caso sta facendo uscire adesso il suo libro contro la globalizzazione). L’ex ministro dice che il «carovita è solo l’inizio» della fine. Cito: «E’ finita l’età dell’oro», «è finita la fiaba del progresso continuo e gratuito», «sta arrivando il tempo di ferro», dove «il superfluo costa assurdamente meno del necessario». Insomma, in qualsiasi seria politica contano i punti di partenza. Poi la destra darà una risposta, la sinistra un’altra. E il Pd? Nulla. Nel programma Veltroni si dà come obiettivo quello di ridurre il debito sul Pil dall’attuale 105% al 90%: qualcosa come 230 miliardi di euro. Sai cosa significa? Significa (e non è una battuta) vendere il Colosseo ai giapponesi, sennò quella cifra è irraggiungibile.
Non per nulla lo stesso Tremonti e altri economisti propongono di stabilizzare il debito.
Che è quello che chiedevamo noi in occasione della prima finanziaria Prodi, che invece era tutta ansiosamente protesa a ridurre il debito. E lo dicevamo in un anno di crescita! Figuriamoci ora che stiamo entrando in un periodo di stagnazione.
E allora?
Allora, il piano economico-sociale del Pd non ha in sé i presupposti di quello che sta accadendo. Anche perché si basa su testi scolastici di vent’anni fa, che propongono la vecchia ricetta delle privatizzazioni (e poi accusano noi di essere fermi al 1953!). Peccato che chi quelle ricette le ha messe in pratica vent’anni fa (la Gran Bretagna, per esempio) oggi stia rinazionalizzando le banche, che è il massimo dello statalismo! E la Francia di Sarkozy sostiene tutte le sue multinazionali. Insomma, stanno mettendo in pratica una dimensione dell’intervento dello Stato in economia all’altezza dei problemi che stanno arrivando. E il Pd parla di miracoli. Ora, non penso che siano imbecilli…
Dunque sono in malafede?
Beh, mettiamola così. Fanno finta di niente, così, quando arriverà lo chock economico, lo useranno come scusa per il governo di unità nazionale. Diranno: noi mai insieme con Berlusconi; però siamo costretti da un fattore esterno… La disonestà intelletuale sta nel fatto che la crisi economica è già in atto; non è qualcosa che capita “dopo” le elezioni.
Ma unità nazionale per fare cosa?
E’ l’unico strumento possibile per Confindustria per: abrogare i contratti nazionali; abolire l’articolo 18 e parti fondamentali dello statuto dei lavoratori; attaccare l’idea del sindacato generale per riportarlo ad un mero ruolo corporativo/aziendale. E spiace che le confederazioni non se ne accorgano. Quando si parla di contrattazione aziendale, è disonesto non ricordare che essa riguarda meno del 30% dei lavoratori e il 10% delle aziende. Premiando questi, non fai che penalizzare ulteriormente gli altri, introducendo elementi neocorporativi che colpiscono il cuore del sindacato.
Però, il Pd fa una proposta concreta per combattere la precarietà.
Anche lì: il programma sociale si basa sul patto tra produttori, che è un’idea vecchia di 30 anni, anzi per la precisione 34 (qualcuno si ricorda della “politica dell’Eur”, “dei sacrifi”, lo chock petrolifero?), pensa che novità! Ma restiamo al concreto. Si dice: daremo mille euro ai precari. Io sono puntiglioso, e allora domando: a chi li danno questi soldi? Quanto costa? Chi paga?
E la risposta?
La figura indicata nel programma è il «collaboratore economicamente dipendente». Peccato che, nonostante i 42 tipi di contratto vigenti nel nostro paese, questa figura non esista! Quindi dopo le elezioni, a ricevere questi soldi saranno: uno, nessuno, centomila. Per non dire che si prevede di precarizzare ulteriormente l’ingresso nel mondo del lavoro allungando il periodo di prova (quello nel quale il lavoratore non ha alcun diritto) e incentivando il periodo di apprendistato. La Sinistra Arcobaleno più concretamente dice, invece, che dopo 36 mesi (anche non continuativi) presso lo stesso datore di lavoro scatta l’assunzione a tempo indeterminato e stabilisce un minimo orario di 8 euro l’ora, che netti, in base ai contratti attuali, fanno circa mille euro al mese. Altro che favole! Inoltre, noi proponiamo il reddito sociale di 8.500 euro l’anno per coloro che hanno una situazione lavorativa instabile (circa 4 milioni di persone), più un bonus di 2.500 euro annui per accedere a servizi di mobilità e conoscenza (trasporti, acquisto di libri, ecc). La differenza tra noi e il Pd è che noi diciamo dove prendiamo i soldi (tra l’altro: rendite al 20%, penalità monetarie alle aziende che violano i contratti nazionali), loro no. Tanto è vero che entro questa settimana presenteremo una proposta di legge. E le chiacchiere stanno a zero.
 A proposito di chiacchiere, il Pd esulta per la vittoria di Zapatero. Non c’è una contraddizione?
La contraddizione c’è ed è vistosa. Basta pensare che Zapatero ha vinto le elezioni rivendicando la propria autonomia dai poteri ecclesiastici in tema di diritti e dai poteri economici in tema di precarietà. Il leader spagnolo dice che dopo 36 mesi di precariato, il lavoratore deve essere stabilizzato, sia nel pubblico che nel privato. Esattamente quello che proponiamo noi, mentre Veltroni propone di allungare il periodo di prova e quello di apprendistato: cioè l’esatto contrario.
 Insomma, il programma economico-sociale del Pd è vago e vecchio. Ma a chi fa gioco, a Confindustria?
Parliamo di lobby confindustriale, perché Confindustria non rappresenta tutto il mondo delle imprese, ma 4 o 5 grandi famiglie, che hanno lanciato un’Opa sul Pd. Il decalogo di Montezemolo, in realtà, si può riassumere in un punto solo: difendere la Casta, quella vera, che permette al presidente della Fiat di guadagnare 500 volte più di un suo operaio. Con il che le grandi novità di Veltroni si rovescano nel loro contrario: conservazione. Conservazione di privilegi e di ricchezze. Noi, invece, che abbiamo mantenuto una grande autonomia dalle imprese, ai signori Montezemolo e Calearo chiediamo: quali sono i successi imprenditoriali che avete raggiunto? Cosa avete fatto con Telecom, Cirio, Parmalat, Alitalia? Quanti brevetti internazionali avete conquistato? Quante aziende estere avete acquistato (e quante aziende italiane sono state acquistate all’estero?). In 10 anni un miliardo di persone è passato dall’economia rurale a quella industriale: è il più grande processo di industrializzazione. Per controllare questa enorme massa di operai, gli imprenditori hanno bisogno di attaccare lo statuto dei lavoratori, di abolire i contratti, di controllare la conoscenza, le fonti energetiche, le reti di comunicazione. Guarda caso, nel programma del Pd è strategica la privatizzazione della rete gas, una cosa che Francia e Germania hanno detto che non faranno mai, perché le grandi reti di comunicazione e di energia sono un punto di competizione del sistema solo se non sono luogo di speculazione dei privati. Insomma, gli imprenditori si muovono con una logica ben precisa. Occorre capire questo, sennò restano solo le categorie morali. E con queste non si va molto lontano.
Marx insegna…
Zipponi sorride.
  

sipuo.jpg
Il libro di Maurizio Zipponi,
ex operaio bresciano, poi sindacalista,
oggi segretario generale della FIOM
di Milano

Pubblicato su politica | Contrassegnato da tag: | Lascia un commento